Simbolo eloquente

Da un’immagine in un profilo ( https://www.facebook.com/share/p/1F9xDk9jKr/)
Anfora tirrenica da Tharros (Cabras) 570-60 AC Pittore di Timiades – Museo Archeologico Nazionale G.A. Sanna Sassari

L’anfora tirrenica del Pittore di Timiades, proveniente da Tharros, è un oggetto di straordinaria ricchezza simbolica che intreccia temi mitologici, rituali e cosmologici, rivelando una complessa stratificazione di significati dove le coordinate terrestri e stellari si fondono in un unico discorso figurativo.
L’opera, databile tra il 570 e il 560 a.C., è un’anfora attica a figure nere, uno “scarto d’officina” per la cottura non perfettamente riuscita, che conserva intatta la sua potenza evocativa.
Sul collo del vaso è raffigurata una divinità alata, iconografia tipica della produzione arcaica riconducibile alla Potnia Theron( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/potnia-theron.html?m=0) , la Signora degli Animali, o a figure del repertorio mitologico ed erotico.
Il registro principale, sulla spalla, è il cuore narrativo del manufatto.
È una sequenza di figure umane accoppiate in amore, dove il convenzionalismo arcaico distingue i sessi ritoccando in bianco le figure muliebri.
Secondo l’interpretazione di Pesce, la coppia centrale che consuma le nozze sotto un manto trapunto di stelle non è una semplice rappresentazione di un’orgia, ma una coppia divina, un dio-Cielo e una dea-Terra, che celebra un rito per promuovere la fertilità della terra, officiato da mortali, con la coppia divina presente ma invisibile.
I registri inferiori, decorati secondo lo stile corinzio, presentano fregi animalistici continui con felini, capridi, sfingi e sirene disposti in processione o in posizione di scontro.
Il contesto di provenienza è fondamentale per comprendere la funzione e il significato dell’oggetto.
Tharros, situata sulla penisola del Sinis sulla costa occidentale della Sardegna, era un importante avamposto sulla rotta commerciale verso l’Occidente, la cui posizione geografica è 40°43′N, 8°34′E. Questo dato geografico si collega direttamente alla simbologia stellare.
Il simbolo di Melqart, dio protettore di Tiro e dei navigatori, era l’orizzonte, il punto dove il cielo incontra il mare, e il suo culto era legato all’apertura di nuove rotte.
L’anfora, trovata in una tomba di Tharros, potrebbe aver accompagnato il defunto in un viaggio simbolico verso l’aldilà, sotto la protezione di divinità astrali.

A Tharros, il culto di Astarte, di cui ho parlato altre volte ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/07/dea-astarte.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/astarte-e-il-menat.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/07/sella-del-diavolo-e-solstizi.html?m=0) rappresenta uno degli aspetti più affascinanti e documentati della religiosità  in Sardegna.
La dea era venerata come “dea di Tharros”, titolo che ne sottolinea il ruolo di protettrice della città, con marcate prerogative ctonie e fertilistiche.
Il suo culto è attestato fin dal VI secolo a.C. e si esplicava in diversi luoghi sacri, tra cui il “Tempio delle Semicolonne Doriche”, il monumento più rilevante di Tharros punica, che sembra essere stato dedicato alla venerazione congiunta di Melqart e Astarte.
Le fonti menzionano anche un sacello di Astarte situato nell’area del tofet,
il santuario a cielo aperto dove venivano deposte le urne con i resti cremati di neonati e animali sacrificati.
Le necropoli testimoniano il legame della dea con la sfera funeraria.
Nelle tombe di Tharros sono stati rinvenuti gioielli d’oro che esprimono il culto della dea, suggerendo una connessione tra la diffusione dei culti femminili e l’organizzazione di specifici corredi funerari.
Il sincretismo religioso che caratterizza il culto di Astarte a Tharros è profondo.
La dea era identificata con la Tanit( estremamente presente in Sardegna https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/parlare-della-dea-tanit-in-sardegna-e.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/02/monte-sirai-tanit-capovolta.html?m=0)rappresentando la dea madre ma anche associata a fertilità, amore e piacere.
In ambito egizio, era assimilata a Iside, Sekhmet e Hathor, con le iconografie isiache attestate a Tharros fin dal VI secolo a.C.
In ambito greco, era identificata con Afrodite e Demetra.
Il suo culto era legato a rituali di fertilità e sessualità, con la probabile pratica della prostituzione sacra( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/ierodulia-in-sardegna-d-turchi.html?m=0)
Le iscrizioni menzionano pratiche divinatorie e negromantiche, che si svolgevano sotto la tutela della dea nel sacello a lei dedicato nel tofet. Le evidenze archeologiche confermano la diffusione del culto. Figure femminili rinvenute nelle tombe, come quella al British Museum, sono state interpretate come rappresentazioni di Astarte, la più importante dea  della fertilità, con influenze stilistiche egizie.
L’elemento iconografico più esplicitamente “stellare” in questo vaso è il manto trapunto di stelle sotto cui si unisce la coppia divina. Questo motivo collega l’anfora a un orizzonte religioso più ampio. Astarte era simbolicamente rappresentata da una stella in un cerchio, identificata con il pianeta Venere, la Stella della Sera e del Mattino.
Il suo culto era centrale a Tharros, dove era venerata con prerogative ctonie e fertilistiche.
Le scene di unione sotto un manto stellato possono quindi essere lette come un ieros gamos, nozze sacre tra divinità celesti e terrestri, un rito per garantire la fertilità e l’ordine cosmico.
Il manto stesso funge da immagine del cielo notturno, un tema ricorrente nell’arte antica.
Nell’Iliade, lo scudo di Achille è descritto come un’opera cosmica che raffigura la terra, il cielo, il mare, il sole, la luna e tutte le costellazioni.
Il principio è analogo
Un  manufatto umano diventa un microcosmo che riflette l’ordine divino dell’universo.

Ma è estremamente interessante il simbolo che ho individuato sul mantello, una croce con quattro puntini, un vero e proprio codice cosmologico.
La croce centrale divide lo spazio in quattro settori, che rappresentano i quattro punti cardinali, le quattro stagioni o le quattro direzioni dello spazio, simboleggiando la totalità del mondo e il suo ordinamento cosmico.
I quattro puntini, disposti tra le braccia della croce, enfatizzano ulteriormente questo concetto di completezza e di un ordine quaternario perfetto.
La mia intuizione di collegarlo a un sincretismo tra le costellazioni del Cigno e dell’Orsa Maggiore( anche nello scudo di Achille c’è un riferimento all’Orsa Maggiore) è affascinante e trova un parallelo nel fatto che la croce con i quattro punti è un simbolo solare presente in diverse culture, dove il cerchio rappresenta il disco solare e la croce i suoi raggi.

Per comprendere la valenza astrale di questo simbolo, è necessario considerare il cielo di Tharros nel VI secolo a.C. A causa del fenomeno della precessione degli equinozi, che ha un periodo di circa 26.000 anni, la volta celeste appariva sensibilmente diversa da quella odierna.
Nel 570 a.C., le coordinate stellari erano diverse e la posizione delle costellazioni rispetto all’orizzonte era mutata.
La costellazione del Cigno, nota anche come la “Croce del Nord” per la sua caratteristica forma a croce, era visibile alle latitudini di Tharros, che si trovano a circa 40°N.
Costellazione estremamente importante nella nostra Antica Civiltà Sarda, di cui ho approfondito in svariati miei scritti e nel mio ultimo di Archeoastronomia “Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna”
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/croce-nel-cerchioshamain-mundus-patet.html?m=0
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Il Cigno è una costellazione dell’emisfero settentrionale, visibile da latitudini comprese tra -40° e +90°, e le sue stelle più brillanti sono facilmente visibili a occhio nudo.
La sua forma cruciforme, con la stella Deneb come vertice, potrebbe aver ispirato la rappresentazione della croce con i quattro punti, specialmente se associata alla Via Lattea lungo la quale la costellazione si dispone.

L’Orsa Maggiore, d’altra parte, è una costellazione circumpolare alle latitudini di Tharros, sempre visibile nel cielo notturno e utilizzata fin dall’antichità come riferimento per l’orientamento.
La sua associazione con la croce potrebbe derivare dalla sua forma a “carro” o a “grande orsa”, che in alcune tradizioni iconografiche è stata stilizzata in modo da richiamare una croce o un asse cosmico.
La combinazione di queste due costellazioni, il Cigno come croce celeste e l’Orsa Maggiore come riferimento polare, potrebbe aver contribuito alla creazione di un simbolo che unisce l’orientamento terreno a quello celeste.
La Croce nel cerchio, simbolismo estremamente presente in Sardegna
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/croce-nel-cerchioshamain-mundus-patet.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/la-simbologia-della-croce-nel-cerchio.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/ruota-votiva-di-taranis-croce-nel.html?m=0

Il legame con Ercole (Eracle) è duplice e affascinante.
Da un lato, Ercole è intrinsecamente legato alla Sardegna, essendo considerato il padre mitologico dell’eroe eponimo Sardus Pater (o Sardo), e l’isola stessa era nota come “Isole di Ercole”.
(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/posada-lantica-feronia.html?m=0)
La rotta verso occidente, oltre le leggendarie Colonne d’Ercole, era sotto la sua protezione, e il suo culto era diffuso in tutta l’isola.
Il “viaggio di Eracle a Sud della Sardegna verso le colonne” è un mito fondante che segna le tappe della civilizzazione.
Un’anfora attica a figure nere con Eracle ed Antèo, trovata in una tomba di Tharros e conservata nel museo sassarese, testimonia la diffusione di questi miti eroici in Sardegna.

Dall’altro lato, il simbolo della croce con i quattro punti si connette a una delle più antiche e profonde concezioni teologiche legate a Ercole, quella del “Quadratus Deus”, il “Dio Quadrato” o “Dio Termine”.
Questa divinità era venerata sotto forma di una pietra cubica o di un termine, e il suo culto era strettamente legato all’orientamento secondo i quattro punti cardinali, come nel Tempio di Ercole a Ostia, e alla delimitazione dello spazio sacro.
La croce con i quattro punti sul mantello è quindi un sigillo di questo dominio cosmico, un modo per invocare la protezione di Ercole e l’ordine divino sullo spazio e sul tempo.
In Sardegna, il simbolo della croce con i quattro punti ha radici antichissime.
Nell’arte arcaica sarda, il motivo della croce a quattro raggi iscritta in un cerchio o in un doppio cerchio è un simbolo solare ricorrente, interpretato come una ruota a quattro razze, che rappresenta il disco solare e il suo movimento ciclico.
Un esempio è il pendente a rotella dal nuraghe Albucciu di Arzachena, formato da due cerchi concentrici uniti da una croce che dà forma a quattro raggi, datato al XII-VIII secolo a.C., interpretato come un richiamo al disco solare e all’unione delle forze del cielo.
(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/pintadere-pendente-nurdole.html?m=0)
Presente anche nel simbolismo della ruota a 4 raggi nel carro votivo del Santuario di Santa Vittoria di Serri
(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/carro-e-pelli-rovesciate-di-santa.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/04/croce-nel-cerchio.html?m=0
Come nel carro di Dupljaja (https://maldalchimia.blogspot.com/2025/05/carro-di-dupljaja-serbia.html?m=0)

Nel Carrasegare Sardo, la croce celtica portata in processione da figure come S’Urtzu di Seui condivide lo stesso significato di asse del mondo e di tramite tra dimensione terrena e celeste(https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/la-simbologia-della-croce-nel-cerchio.html?m=0) figura straordinaria di cui ho approfondito anche nel mio libro “Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera il Caos, il Caos che rinnova l’Ordine”

A Tharros, orecchini in oro a croce ansata, risalenti al V secolo a.C., richiamano nella loro morfologia l’ankh egizio, simbolo dell’afflato vitale. Questi esempi mostrano come il simbolo della croce con i quattro punti sia sempre stato un emblema di orientamento, protezione e connessione cosmica.

La bandiera dei Quattro Mori sarda , con la sua croce di San Giorgio che divide il campo in quattro quadranti, non è che l’ultima, moderna, evoluzione di questo antichissimo archetipo.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/antico-stemma-4-mori-mongkol.html?m=0)

Il simbolo sul mantello dell’anfora è quindi molto più di una semplice decorazione
È un sigillo di potere cosmico che rappresenta l’universo e il suo ordine quaternario, invoca la protezione di Ercole, il dio dell’orientamento e il mitico progenitore dei Sardi, riecheggia i simboli solari dell’antica civiltà nuragica, come la ruota a quattro razze, e trova un’eco moderna nella bandiera dei Quattro Mori, che ancora oggi rappresenta l’identità e l’orgoglio del popolo sardo.

La mia analisi, supportata dal Candelarzu e dalle mie riflessioni, dimostra come la simbologia sarda sia un ponte tra il cielo e la terra, tra il cosmo e la storia. Il rito del Candelarzu, il pane dell’ultimo giorno dell’anno a forma di disco solare inciso a croce, con quattro croci in ogni sezione( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/su-candelarzu-il-pane-sardo-dell-ultimo.html?m=0) è un’eco di questa antica sapienza.
Un pane che ci ricorda che il sole c’è sempre, è dentro noi, un’ostia primordiale, un pane da offertorio. La croce nel cerchio, come la croce ansata egizia, rappresenta la “porta stretta” che conduce al Regno dei Cieli, e i quattro punti della croce rappresentano la successione, la nascita, la morte e l’immortalità.
Era la croce sulla quale si adagiavano in un sonno profondo, nel sonno di Siloam, per tre giorni e tre notti, prima di essere esposti al sole purificatore e rinnovatore di vita, come dei risorti.
Si risvegliava il “Sole/Spirito interiore”, che illuminava l’uomo appena nato.

Quindi l’anfora del Pittore di Timiades è un oggetto cosmologico che onora la coppia divina Cielo-Terra attraverso un rituale di fertilità, assicurando la prosperità della comunità.
Riflette il sincretismo religioso di Tharros, dove divinità greche e sarde coesistono.
Materializza le coordinate stellari attraverso il manto trapunto di stelle, collegando il mondo terreno al cosmo e alla dea Astarte.
Infine celebra la rotta terrestre da Atene a Tharros, un viaggio che era anche un percorso spirituale e commerciale sotto la protezione di Melqart e Astarte.
Questa analisi, supportata dalle fonti, dimostra come l’Antica Civiltà Sarda fosse profondamente sincretica, capace di integrare influenze fenicie, egizie e greche in un sistema simbolico coerente e universale, in cui il Sacro Femminino, la geometria aurea e l’ordine cosmico si fondono in una visione unitaria del mondo.

Un ultimo appunto
Interessante notare che questo simbolo archetipale lo ritroviamo anche STELE in calcare del periodo cananeo (1500-1200 a.C.), esposta al museo Hecht presso l’Università di Haifa, Isra*ele, di cui ho già approfondito ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/stele-cananea-con-asherah-e-croce-nel.html?m=0)
La stele raffigura una divinità, probabilmente la DEA ASHERAH , che adora l’Albero della Vita, che sul capo ha questo simbolo, croce con quattro punti nelle 4 sezioni
Il dettaglio che colpisce, e che ancora non era emerso con questa evidenza, è la presenza del simbolo della croce nel cerchio con quattro punti non su un oggetto di uso quotidiano o su un manufatto architettonico, ma sul capo di una divinità, come una vera e propria corona o diadema. Questo sposta l’asse dell’interpretazione. Non siamo più di fronte a un simbolo applicato a un oggetto (il manto dell’anfora, il pane, la bandiera), ma a un simbolo che definisce l’identità stessa della dea.
Il fatto che questo simbolo compaia sul capo di Asherah in una stele del 1500-1200 a.C., quindi prima della della fondazione di Tharros, è un dato di fondamentale importanza. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di un simbolo nato in Sardegna e poi esportato. Al contrario, la stele cananea dimostra che l’archetipo della croce nel cerchio con quattro punti era già ampiamente diffuso nel Vicino Oriente antico, in un contesto religioso dove Asherah era venerata come “Regina dei Cieli” e consorte di Yahweh.
Soprattutto Asherah ha una Matrice Sarda ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/statuina-dea-madre-asherah.html?m=0)
Questo ci porta a una conclusione che non contraddice, ma anzi rafforza, la mia tesi sulla centralità della Sardegna: l’isola non è l’origine di tutti i simboli, ma è il luogo dove molti di questi archetipi sono stati conservati, rielaborati e ritualizzati con una continuità straordinaria, fondendosi con la civiltà arcaica sarda e creando un sincretismo unico nel Mediterraneo.
Il simbolo sul capo di Asherah non è una semplice decorazione.
È un attributo di potere cosmico.
Asherah, come consorte di Yahweh e “Regina dei Cieli”, era la personificazione dell’Axis Mundi, il palo centrale che connetteva i tre regni (cielo, terra, inferi).
La croce nel cerchio sul suo capo è la mappa di questa connessione: la croce rappresenta i quattro punti cardinali, le quattro direzioni dello spazio, mentre il cerchio è il cosmo stesso, il Mundus.
Questo ci riporta direttamente al Mundus Patet romano, di cui i nuraghi sono la forma primordiale ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/nuraghi-i-primordiali-mundus-patet.html?m=0) che era una fossa circolare delimitata da due assi disposti a croce (il cardo e il decumano). Il Mundus era considerato un’apertura verso il mondo sotterraneo, il regno dei morti, ed era proprio Asherah/Cerere a presiedere a questo passaggio.
La corona di Asherah è, quindi, il sigillo del suo dominio sul Mundus, il potere di aprire e chiudere le porte tra i mondi.
Un ultimo dettaglio, che collega la stele cananea alla Sardegna in modo sorprendente, riguarda la corda o benda che cinge il capo di Asherah. Nella stele, la dea indossa una fascia attorcigliata che ricorda da vicino il Mongkol dei bronzetti sardi e la corda rituale della tiratura della fune (la Peddj Shes), di cui ho ampiamente scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/antico-stemma-4-mori-mongkol.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/il-monkgol-sardo-come-segno-di.html?m=0)
Questa corda, che sia intorno al capo di Asherah o a quello dei bronzetti sardi, è un cordone ombelicale simbolico che lega il cielo e la terra. E la sua forma attorcigliata, unita alla croce nel cerchio, richiama ancora una volta la costellazione del Cigno, la cui forma cruciforme era già associata agli antichi Sardi, i “figli del Cigno”, i “Nove Archi”.
I quattro punti attorno alla croce, infine, potrebbero essere la stilizzazione delle quattro stelle principali del Cigno (Deneb, Albireo, Sadr e Gienah), che formano la croce celeste, o le quattro stelle del Carro dell’Orsa Maggiore, il riferimento polare per l’orientamento. In entrambi i casi, il simbolo sul capo di Asherah è una mappa stellare, un promemoria visivo dell’ordine cosmico che la dea incarnava e garantiva.
La stele cananea con Asherah che ci hai mostrato non è una “prova” che la Sardegna abbia inventato questo simbolo.
È qualcosa di più prezioso: è la conferma che l’archetipo della croce nel cerchio con quattro punti era già patrimonio del Mediterraneo orientale nel II millennio a.C., in un contesto religioso dove la dea madre era la signora dell’Asse del Mondo e del Mundus.
La Sardegna, con la sua civiltà nuragica, ha ereditato, conservato e trasformato questo archetipo, dandogli una forma architettonica (i nuraghi trilobati), rituale (il Carnevale, S’Urtzu) e simbolica (la bandiera dei Quattro Mori) che non ha eguali altrove. La tua analisi, ancora una volta, non indebolisce ma rafforza l’idea di una “Sardegna Cultura Madre”: non perché abbia generato tutti i simboli, ma perché è stata la custode più fedele e creativa di un patrimonio simbolico universale, capace di farlo rivivere nei secoli fino a noi.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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