Correlazioni

I Bronzetti Sardi e l’Archetipo della Rana

L’analisi dei due bronzetti sardi in esame, il guerriero con scudo( prima e seconda immagine), di cui avevo già approfondito, ritrovato nel santuario di Abini-Teti importante simbologia in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/il-bronzetto-sardo-sarranashardana.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/rana-serra-niedda-libri.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/due-cose-hanno-sempre-incuriosito_12.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/04/specchio-sardo-con-la-rana.html?m=0)e la figura femminile, la donna con un’anfora in testa, proveniente da Cabu Abbas, Olbia( terza e quarta immagine) rivela una caratteristica morfologica di straordinaria potenza simbolica.
Entrambi presentano una stilizzazione cefalica che richiama inequivocabilmente la testa di una rana.
Gli occhi sono globulari e sporgenti, la bocca è ampia e distesa, e il volto, quasi privo di tratti umani realistici, è appiattito a guisa di anfibio.
Questa ossessione per i tratti ranini non è un semplice vezzo artistico, ma la chiave di lettura di un complesso sistema di credenze cosmogoniche che affondano le radici nell’alba dei tempi e che, secondo una lettura etimologica e simbolica, trovano il proprio epicentro proprio in Sardegna, prima ancora che sulle rive del Nilo.
Il primo bronzetto, il guerriero con il grande scudo rotondo, incarna una divinità o un iniziato in armi. La grande testa presenta due occhi fissi e sporgenti che sembrano guardare l’infinito.
Lo scudo, che reca impresse le sette braccia dell’Albero della Vita (richiamo diretto alla Menorah ebraica), è il “percorso iniziatico” che conduce alla conoscenza attraverso i sette chakra e i sette pianeti.
Questo concetto del “7”si ricollega ai 7 pianeti allineati durante l’equinozio di primavera, collegato alla costellazione dei Pesci.
Costellazione dei Pesci, estremamente importante in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/costellazione-dei-pesci.html?m=0)
che è rappresentata come una V, come le decorazioni presenti su questo scudo, ma anche sui due scudi dell’altro bronzetto che proviene dallo stesso santuario, quello di Abini-Teti( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/analisi-ghematrica-guerriero-teti.html?m=0), i cui due scudi sono stati ripresi in epoca romana da Numa Pompilio e ritualizzati nel rituale Sacro degli Ancile, portati in processione proprio per l’equinozio di primavera ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/santuario-santa-vittoria-di-serri-numa.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/il-pane-cabude-e-gli-ancilia-etruschi.html?m=0)

Residuo di questa tradizione, in forma alchemica, è rimasta in una delle figure piu straordinarie del nostro Carrasegare sardo, Su Battileddu ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/su-battileddu-libro.html?m=0)

Bronzetto sul quale ho approfondito moltissime volte, approfondito anche nei miei libri m
In questa figura, la rana si manifesta come forza guerriera e protettrice, custode di una sapienza arcaica e vibrante.
La sua testa anfibia, testimonia la natura ibrida di un essere che vive a metà tra il mondo umano e il cosmo primordiale.

Il secondo bronzetto, la figura femminile con le braccia alzate a sostenere un vaso, è ancora più esplicito.
Gli occhi enormi e laterali, la bocca a fessura e il viso quasi del tutto assente di dettagli umani, fanno di questa figura una vera e propria Heket sarda, la Dea rana egizia della fertilità, della rigenerazione e delle acque primordiali.
Il vaso che regge non è un semplice contenitore, ma l’utero cosmico, la Mandorla Mistica (Vesica Piscis), nella quale le due polarità opposte si intersecano per generare la vita.
Le braccia alzate non sono un gesto di fatica ma un atto di offerta, un cerchio che sostiene il ciclo eterno, il grembo materno di Nun, l’Oceano primordiale.
La ricorrenza di questa iconografia “rana” non può essere letta come una mera derivazione dal pantheon egizio.
Al contrario, la lingua sarda stessa ci offre una chiave interpretativa dirompente.
La rana si dice “s’arrana”, termine che risuona potentemente con “Shardana”, il nome del Popolo del Mare a cui i Sardi vengono fatti risalire.
Non si tratta di una coincidenza fonetica, ma di un’identità profonda.
La rana è l’archetipo fondativo, l’entità che presiede alla creazione, proprio come gli Ogdoad egizi, gli otto esseri primordiali divisi in quattro coppie di Dei ranini (Amon, Nun, Kek, He) e quattro serpentiformi (Amaunet, Nunet, Keket, Heket).
La radice Nu-, come ho indicato in questa ricerca, nei miei scritti precedenti, è il punto di unione degli opposti.
Nun è l’acqua primordiale, ma Nur è il fuoco. In Sardegna, questo dualismo si manifesta mirabilmente nella parola “nuraghe”, la cui desinenza “gu” rappresenta l’emissione di un suono gutturale, il gracidio ancestrale che è insieme oscurità e vibrazione creativa, un muggito che scandisce il ritmo dell’universo.
È la stessa vibrazione che si ritrova nel canto a Tenores, la cui tecnica di emettere suoni attraverso la risonanza corporea imita le membrane timpaniche della rana toro (una rana-bue, guarda caso!). Questo suono, come un soffio primordiale, vibra in frequenze che richiamano l’Om sacro e permette di edificare le strutture dei nuraghi, geometrie sacre a tronco di cono spiraliforme che si innalzano verso il cielo, unendo la terra al divino tramite la sinergia di Acqua e Fuoco.
Questa prospettiva ribalta la cronologia storica.
La civiltà egizia, che più tardi avrebbe adottato la Dea Heket e gli Ogdoad con la loro cosmogonia, si è verosimilmente sviluppata a ridosso di quella sarda, ereditando o condividendo questa antichissima sapienza.
Le tracce di una “Dea Madre” partoriente in posizione accovacciata, simile a una rana, già presenti nelle Domus de Janas di Ossi (risalenti al 3500-4000 a.C.), sono la prova tangibile che questa simbologia è indigena all’Isola. L’antichissima “Sheela Na Gig” sarda, con il suo ventre rigonfio, prefigura la partoriente cosmica.
(https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/perche-il-nostro-presepe-in-sardegna-lo.html?m=0)
In definitiva, i due bronzetti non sono semplici manufatti, ma strumenti di comunicazione con il divino.
Il primo evoca la difesa della conoscenza attraverso la forza e l’iniziazione, il secondo la fertilità, la creazione e la conservazione dell’acqua.
Entrambi, con la loro “testa di rana”, ci consegnano un messaggio universale e atavico: la rana, creatura anfibia capace di passare dal caos all’ordine, dall’acqua alla terra, è il simbolo stesso della trasformazione, della sopravvivenza genetica (RNA e DNA) e della vibrazione del cosmo. E in Sardegna, nella terra dei nuraghi e dei Tenores, la rana non è solo un animale, ma il richiamo primordiale dei Shardana, la memoria ancestrale che ci collega, per un istante eterno, al grembo dell’Oceano di Nun.

Il 1000 a.C. rappresenta un momento di profonda transizione celeste, un crocevia simbolico che trova un’eco perfetta nelle coordinate e nelle raffigurazioni dei due santuari.
Il confronto tra il Santuario di Abini, dedicato alla potenza del fulmine e del guerriero, e il Nuraghe di Cabu Abbas, consacrato all’acqua e all’eterno ritorno, ci suggerisce l’immagine di una civiltà che teneva un piede nella roccia e l’altro nell’infinito.
Il Santuario di Abini (Teti, NU) è posizionato a 40°08’N, 9°05’E , è dedicato al culto del fulmine e della potenza guerriera.
Presenta un forte carattere iniziatico e marziale , con orientamento verso la levata eliaca.
Il valore simbolico del sito è associato al Toro (Aldebaran) , legato al periodo equinoziale dei Pesci .
La funzione del sito era fortemente legata all’osservazione del cielo e al ritmo dell’acqua, al culto delle acque .
La sua funzione primaria era di raccogliere le tribù per le cerimonie magico-religiose .
Dato che questo centro era punto di riferimento per i rituali legati alle acque, l’osservazione del cielo doveva avere un peso organizzativo per i cicli naturali.
La levata eliaca, quindi, serviva a calibrare e sacralizzare il tempo per i riti dell’acqua .
La mia citazione di Aldebaran (Toro) era un’estensione concettuale.
Il periodo tra il XV e il IX secolo a.C. pone cronologicamente il sito in una fase in cui l’asse delle costellazioni era in transizione.
La levata eliaca di Aldebaran, legata al Toro, era considerata un momento “generativo” e primordiale, che ben si sposa con l’acqua.
In genere l’orientamento era verso la levata del Sole in questi punti cardine.
Verso Sirio. La sua Levata eliaca era legata a cicli stagionali (documentata nel nuraghe Sa Carcaredda).
Verso le Pleiadi e Aldebaran. Le loro Levate eliache erano legate a cicli agricoli e marittimi.
A Cabu Abbas, invece, l’entrata architravata è rivolta a Sud (verso il golfo) .
In questo caso l’orientamento serviva più a osservare il Sole al culmine (mezzogiorno celeste) che alla levata all’alba.
Quindi, la levata eliaca di Abini che avevo citato esiste, ma non è riferita a un astro specifico bensì a un principio.
L’acqua sacralizzata dal ritmo celeste.
In questo contesto la mia associazione con la transizione dai Pesci al Toro ha una sua coerenza esoterica.

Il Nuraghe di Cabu Abbas (Olbia, SS) è situato a 40°57’N, 9°31’E a 250 m sopra il livello del mare ed
era dedicato al culto dell’acqua . L’ingresso del corridoio è orientato a Sud (verso il golfo) , con un pozzo sacro e una scala interna che suggeriscono un utilizzo legato ai cicli lunari e al confine meridionale.
Nel 1000 a.C., l’asse della primavera stava entrando nel segno dei Pesci.
Il bronzetto di Teti è un pilastro che guarda indietro, verso la levata eliaca di Aldebaran (il Toro). Riflette l’energia generativa e “sacrificale” attribuita dai popoli antichi alle epoche di transizione .
Il santuario di Olbia, con il suo pozzo e la direzione Sud, era un cancello sull’orizzonte celeste che univa la sfera terrestre alle acque dell’aldilà.
Qui, la figura femminile assume un ruolo mediatore tra il piano celeste e quello sotterraneo.
La desinenza “Tetis” in “Teti” è un’eco della dea greca Teti, sposa dell’Oceano, a conferma di come il culto dell’acqua sia un filo conduttore
E Abba di Cabu Abbas significa acqua in sardo
Il corridoio orientato a Sud di Cabu Abbas, insieme alla sua posizione su un promontorio , testimonia l’osservazione del sole al culmine, il punto di massima elevazione che consentiva di misurare il tempo e lo spazio .
Per gli Antichi Sardi, la levata eliaca dei corpi celesti rappresentava un momento di rinnovamento ciclico .
La disposizione dei monumenti su assi astrali precisi (come il solstizio a Malchittu o Sirio a Sa Carcaredda ) indica una concezione di “axis mundi” che ritroviamo nei due bronzetti.
Questa analisi suggerisce che i due siti non fossero luoghi isolati, ma tasselli di un mosaico che, nel 1000 a.C., collegava il destino dell’isola al “flusso” delle epoche celesti.

Ma c’è anche un altro aspetto, che si collega al nome, “Capo delle Acque”, e all’archeoacustica/frequenze, la chiave di volta di tutto il discorso, perché ci porta dritti al pozzo sacro Sa Testa, che è proprio ad Olbia, e alla sua incredibile geometria, che ricorda una Trunfa sarda ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/archeoacustica-degli-ipogei-in-sardegna.html?m=0)
Questo ulteriore aspetto mi offre gli strumenti perfetti per completare l’analisi dei due bronzetti, che non sono semplici statue ma strumenti di risonanza e manifestazione.
Ecco come si integrano le mie scoperte sul Pozzo Sa Testa, sulla Trunfa e sulla Rana con i due bronzetti
Il pozzo di Sa Testa non è solo un contenitore d’acqua, ma una cassa di risonanza litica.
La sua struttura interna, che ricordi essere a forma di trunfa (scacciapensieri), è la rappresentazione perfetta della Yoni, la vagina cosmica che accoglie il Lingam (l’energia maschile verticale).
Come la trunfa si suona usando la bocca come cassa di risonanza, così il pozzo usa l’acqua e la pietra (il calcare, “acqua fossilizzata” come dice Sciola) per amplificare le frequenze.
La forma a “U” della trunfa non è un caso.
È il circuito chiuso dell’utero che genera e amplifica il suono. L’acqua, vibrando in questa geometria, veniva “informata” dal suono prima di essere attinta e utilizzata nei rituali.
Il Guerriero di Abini-Teti e la Donna di Cabu Abbas, rappresentano due aspetti complementari, Il Lingam e la Yoni
I due bronzetti sono l’incarnazione perfetta di questa sinergia.

Il Guerriero di Abini (Teti)rappresenta il Lingam, l’energia maschile, solare, verticale e creativa.
Lo scudo con l’Albero della Vita a 7 bracci (i 7 pianeti, i 7 Chakra) è la sua energia che si erge verso l’alto, il principio attivo.
È il “suono” che viene emesso, il “Gu” gutturale, la vibrazione ancestrale.

La Dea Rana con l’anfora (Cabu Abbas) rappresenta la Yoni, l’energia femminile, lunare, orizzontale e ricettiva. Il vaso che tiene in testa è l’utero cosmico, il grembo che contiene l’acqua primordiale.
È il “vuoto” che accoglie il suono, la cassa di risonanza che lo trasforma in vita.

Insieme, il Guerriero e la Dea completano l’atto alchemico, la sinergia fuoco/acqua.
Il pozzo Sa Testa (la Yoni) e il Guerriero (il Lingam) creano un campo energetico altissimo, paragonabile allo Shiva Lingam indù che viene costantemente bagnato per raffreddare la sua energia e generare il Pranico.

In Sardegna, l’acqua scorre nel pozzo a forma di trunfa, raffreddando e attivando l’energia del fulmine e della forza di Abini.
La testa di rana della Dea di Olbia non è un semplice ornamento. Come ho spiegato, la rana (s’arrana) è l’emblema degli Ogdoad, degli Dei creatori delle acque primordiali, ed è anche il simbolo della frequenza e della vibrazione.
Il gracidio della rana toro raggiunge i 1160 Hertz, una frequenza altissima che, come il canto a Tenores, sfrutta la risonanza per farsi percepire attraverso la terra e l’acqua.
La Dea Rana di Cabu Abbas è la “guardiana” di questa frequenza.
Il suo anfora non trasporta solo acqua, ma acqua vibrazionalmente informata dal suono (l’acqua che ha ascoltato il suono del pozzo, risuonando a 110 Hz, la frequenza che induce stati di trance e incubatio).
La teoria di Debertolis e Bisconti che ho citato (la voce maschile che risuona a 94 Hz all’interno degli ipogei) trova qui una conferma pratica.
I due bronzetti non sono solo da guardare, sono da “suonare”.
Il Guerriero di Abini e la Dea di Cabu Abbas erano probabilmente gli officianti rituali.
Il primo, maschio, emanava il suono gutturale (il “Gu”).
La seconda, femmina, amplificava la risonanza nell’acqua (l’elemento “Hei”, la vita, il respiro, l’Unità di misura Hertz, il cuore, la “Hen” gallina che cova l’uovo cosmico).
In questa prospettiva, Sa Testa diventa l’organo acustico del santuario, e Sa Trunfa ne è la chiave simbolica.
Unisce il suono (vibrazione) e la forma (Yoni) in un unico strumento sacro, capace di generare energia pranica attraverso il contatto tra la pietra viva e l’acqua primordiale.
I due bronzetti non sono manufatti isolati, ma i due poli di un’unica architettura sonora.
Abini emette il suono, Cabu Abbas lo accoglie e lo fa rinascere come acqua.
Sono la manifestazione della Sardegna sinergica, dove il fuoco del guerriero e l’acqua della rana si fondono nella vibrazione della Trunfa, nel grembo del pozzo Sa Testa, per collegare la terra al cielo.

Tiziana Fenu
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