La pietra di Ovodda e il ciclo di Venere
Le pietre istoriate di Ovodda, di cui ho approfondito due giorni fa ( https://janaion.altervista.org/la-pietra-vulvare-di-ovodda/)
recuperate di recente e probabilmente risalenti al IV millennio a.C., mi hanno da subito suggerito una correlazione con la simbologia vulvare presente nell’arte rupestre preistorica di Moab, nello Utah, e con la pietra di Ilbono, in Ogliastra(approfondimenti
( https://www.facebook.com/share/p/1DkdSoFGRj/
https://janaion.altervista.org/simbologie-comuni-2/)
Si tratta di simbologie di fecondità che si inseriscono in un orizzonte simbolico e rituale ben preciso, intrecciando fertilità, cicli naturali e osservazione del cielo.
Le incisioni di Ovodda, come quelle di Moab e Ilbono, appartengono a un linguaggio diffuso in tutta Europa durante il Neolitico e l’Eneolitico.
Le figure a “U” o a cerchio con fessura mediana rappresentano la vulva come fonte di vita, fertilità e rigenerazione, spesso associata a contesti rituali legati all’acqua e alla nascita, come nei pozzi sacri nuragici.
Le spirali e i cerchi concentrici, invece, sono stati interpretati come stilizzazioni di elementi femminili e come rappresentazione del ciclo di vita, morte e rinascita, con una presenza significativa in contesti funerari come le domus de janas.
L’ipotesi che questi petroglifi possano rappresentare una mappa stellare è suggestiva, le spirali e i cerchi potrebbero stilizzare costellazioni o movimenti celesti, e la simbologia vulvare, legata alla fertilità della terra, potrebbe essere messa in relazione con astri come le Pleiadi o Sirio, il cui sorgere scandiva i tempi del raccolto e della semina.
La desinenza di Ovodda, “-odda” rimanda al termine sardo “udda” (o “buḍḍa” in logudorese) che indica la vulva, ma il suo significato attuale sarebbe il risultato di una “destrutturazione e immiserimento di un epiteto sacro”. In origine, non indicava semplicemente una parte anatomica, ma un complesso simbolico della femminilità legato al sacro. Un’analisi propone che “udda” derivi dal sumerico ud (“Sole”) + -a (caso locativo): “ud-da” significherebbe “sosta finale, riposo finale entro il Sole”. Sa “udda” non è solo l’organo della generazione, ma il luogo sacro in cui avviene l’unione con il principio solare, la porta attraverso cui la vita ritorna alla sua origine divina.
Il nome dello stato americano dello Utah deriva da quello della tribù indigena Ute (o Yuta), il cui significato è “coloro che dimorano nelle montagne” o “in cima alle montagne”. Il vero punto di connessione non è un legame etimologico tra “Uta” e “Utah”, ma un archetipo universale: l’unione tra il principio femminile (la vulva, la terra, l’acqua) e il principio solare (il cielo, il fuoco, la luce). In Sardegna, il pozzo sacro di Santa Cristina, con il suo ingresso a forma di vulva, era orientato verso il sorgere del sole in momenti astronomici precisi. Nello Utah, i petroglifi vulvari sono spesso allineati con i raggi del sole durante i solstizi.
Questa unione tra il sacro femminile e il culto solare è il vero “filo conduttore” che tesse la trama tra mondi distanti. Il sintagma sumerico “ud-da”, con il suo significato di “riposo entro il Sole”, è una delle più antiche testimonianze di questa cosmovisione. La vita nasce dall’unione degli opposti e ritorna alla loro sintesi.
Il linguaggio dell’arte rupestre che descrivo, vulve stilizzate, cerchi concentrici, spirali, è un archetipo universale.
Non è un “codice” che viaggia da un continente all’altro, ma una struttura profonda della psiche umana che emerge in contesti culturali diversi per esprimere concetti universali come la fertilità, la nascita, la rigenerazione e il ciclo vita-morte-rinascita. In Sardegna, la “Sacra Vulva” di Ilbono o il pozzo di Santa Cristina rappresentano questo principio legato alla terra e all’acqua. Nello Utah, il “Moab Vagina” o la “Roccia del Parto” rappresentano lo stesso principio, ma in un contesto di cacciatori-raccoglitori del deserto.
Il punto di connessione, quindi, non è un’ipotetica migrazione di un popolo o di un toponimo, ma l’universalità dell’esperienza umana. C’è un “filo conduttore che tesse questa trama”. Questo filo non è geografico, ma psichico e simbolico. È la capacità umana di astrarre e di rappresentare il mistero della vita e della morte attraverso forme geometriche primordiali.
Ma facendo un’analisi ancora più approfondita, su una delle due pietre ritrovate ad Ovodda, emerge chiaramente anche una forte correlazione e simbolismo astronomico
Abbiamo 11 moduli di Archi, o semicerchi.
Archi totali (senza elementi interni):
4 moduli × 2 archi = 8
3 moduli × 3 archi = 9
2 moduli × 4 archi = 8
1 modulo × 5 archi = 5
1 modulo × 1 arco = 1
Totale: 8 + 9 + 8 + 5 + 1 = 31
Con gli 11 elementi interni (uno per modulo):
4 moduli × (2+1) = 12
3 moduli × (3+1) = 12
2 moduli × (4+1) = 10
1 modulo × (5+1) = 6
1 modulo × (1+1) = 2
Totale: 12 + 12 + 10 + 6 + 2 = 42
Quindi abbiamo 31 archi e 42 elementi totali.
Il 31 e il ciclo lunare-solare
Il 31 è un numero importantissimo
31 giorni = il mese solare più lungo (gennaio, marzo, maggio, luglio, agosto, ottobre, dicembre).
31 = 30 + 1, cioè il mese lunare (30) più l’unità (1), il Sole che si aggiunge alla Luna.
31 è anche il numero di giorni del mese sinodico arrotondato per eccesso in alcune tradizioni.
31 = i giorni di un mese nel calendario solare, che si intreccia con il ciclo lunare di 30 giorni.
La pietra sembra fondere i due cicli: 30 (Luna) + 1 (Sole) = 31.
Il 42 e il ciclo di Venere
Il 42 è un numero straordinario
42 = 40 + 2.
Il 40 è il ciclo di Venere (5 cicli di 8 anni) e la lettera e Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque primordiali cosmiche.
Il +2 è la dualità (Mattino/Sera di Venere, Sole/Luna).
42 = 6 × 7.
6 è il numero dei giorni della creazione, sette è il numero dei pianeti visibili nell’antichità (Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno).
42 è il prodotto dei due cicli sacri.
42 = 11 moduli + 31 archi.
Gli 11 moduli (ciclo solare di 11 anni) sommati ai 31 archi (mese solare) danno 42.
42 anni = 42 rivoluzioni solari.
In 42 anni, Venere compie circa 26 cicli sinodici (42 × 365,25 / 584 ≈ 26,25).
Ma 42 è anche 5 cicli di 8 anni + 2 anni (40 + 2), che riporta Venere quasi alla stessa posizione con un margine di 2 anni.
La sequenza (4, 3, 2, 1, 1) è perfettamente ordinata
4 moduli da 2 archi
La dualità (Venere Mattino/Sera, Sole/Luna) ripetuta 4 volte = 8, i 4 punti cardinali e le 4 stagioni.
3 moduli da 3 archi
Le 3 fasi di Venere (Mattino, Invisibilità, Sera) ripetute 3 volte = 9, i 9 mesi di gestazione.
2 moduli da 4 archi
I 4 punti cardinali (equinozi e solstizi) ripetuti 2 volte = 8, le 8 fasi del ciclo di Venere in 8 anni.
1 modulo da 5 archi
I 5 pianeti visibili o i 5 cicli di Venere in 8 anni.
1 modulo da 1 arco
L’Unità, il Sole, il principio primo.
La sequenza 4-3-2-1-1 è una discesa numerica che culmina nell’unità, come se la pietra descrivesse un percorso di ritorno all’origine, un viaggio iniziatico dal molteplice all’Uno.
42 = 40 + 2.
Il 40 è Mem (acqua), il +2 è la dualità.
La pietra benedice le acque di Ovodda con il segno della dualità (Sole/Luna, Mattino/Sera).
42 = 6 × 7.
6 è il numero della perfezione (i giorni della creazione), sette è il numero della totalità (i pianeti, i giorni della settimana).
42 è il sigillo della completezza cosmica.
La pietra di Ovodda, terra di acque, con il suo 42, unisce il ciclo di Venere (40) alla dualità (2), legando le acque del luogo al grande ciclo celeste.
-La pietra di Ovodda, con i suoi 31 archi e 42 elementi totali, è un calendario cosmico completo
31 archi = Mese Solare (31 giorni) + Luna (30) + Unità (1).
11 moduli = Ciclo Solare di 11 anni (macchie solari).
42 = 40 (Venere/Mem) + 2 (Dualità) = l’unione dei cicli di Venere, Luna e Sole.
La sequenza 4-3-2-1-1 descrive un percorso di discesa verso l’Unità, un viaggio iniziatico di ritorno all’origine.
La figura centrale che guarda a sinistra potrebbe rappresentare la Dea Madre o l’Acqua Primordiale (Mem), che osserva e benedice il ciclo.
La pietra non è solo una mappa di Venere, ma un calendario integrato che unisce Luna, Sole e Venere, con l’acqua (Mem) come elemento unificante. Ovodda, con le sue acque pure, è il luogo perfetto per un tale monumento.
Il nome Tarolo si accosta foneticamente alla parola Torolu, che in sardo indica il rosso dell’uovo, quello che viene chiamato ‘uovo ad occhio di bue “.
Il riferimento è astrale, riferito alla stella rossa Aldebaran, l’ occhio rosso del Toro
Gli archi della pietra di Ovodda, nome correlato con la simbologia dell’uovo, come archi, grembi che trasportano il Sole
Da un mio scritto
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/seu-sou-seu-sousono-solosono-luovo-l.html?m=0
” […] poi abbiamo lui, l’uovo, elemento simbolo per eccellenza dell’equinozio di primavera, della rinascita, adottato poi come simbolo della Pasqua
Anche in questo caso la parola Uovo in sardo, cioè “Ou”, indica moltissimo sulla genitorialita’ di certi simboli che poi si ritrovano in altre civiltà
L’uovo è l’emblema per eccellenza, degli equilibrio degli opposti, dell’equinozio di primavera.
Ha una perfezione estetica che lo vede uovo cosmico come origine del mondo
Al suo interno abbiamo un albume madreperlato, lunare, chiamato “sa Jara” in sardo, e un centro, giallo, tondo, solare, chiamato in sardo, “Torulu”, con un guscio conico/piramidale che li protegge.
Uovo sorgente di energia vitale.
L’albume, “sa Jara”.
Una parola simile a jana, ma anche simile a giara(come anche il nostro altopiano), che indica un grande recipiente cilindrico e panciuto, per la conservazione di liquidi o granaglie, come un utero materno.
E “Torulu”, ‘tuorlo”, somiglia molto a Toro, sembra un Toro piccolino.
E la parola “OU”,(uovo in sardo) nel segno grafico, sembra proprio un grembo, una barca solare (la U) che trasporta l’ Horus, il figlio di Iside e Osiride, da est a ovest,
E questo Horus, è rappresentato in un’immagine iconografica che nell’arte egizia (anche geroglifica) è chiamato il “signum arpocraticum”, che indica l’età infantile, ma già nella consapevolezza dell’ età adulta, di chi porta l’indice destro alla bocca.
Così fa Arpocrate, figlio di Iside e Osiride.
Plutarco ne rilegge il gesto a comando del tacere, inaugurando un simbolismo che sarà universale. Nei templi antichi, per poter accedere ai Misteri Iniziatici e stare nei templi, bisognava osservare un anno di assoluto silenzio.
Era il silenzio del segreto, dell’abbondanza , della conoscenza segreta.
Arpocrate che era spesso interscambiato con Horus, poiché rappresenta Horus non più bambino, ma evoluto, cresciuto, consapevole.
Arpocrate fanciullo, quindi già uomo, quello che Iside tiene in braccio, Horo il fanciullo, che punto da uno scorpione guarì grazie alla magia della madre.
Rappresentazione di cui abbiamo un bronzetto in particolare, quello di Santa Vittoria di Serri che ha il bambino/adulto con l’indice della mano destra sollevato, in gesto che sembra indicare il fare silenzio. Un bronzetto che risale al 1500 a.C, come minimo.
Che anticipa l’Arpocrate /Horo egizio.
La cosa strana è che anche Arpocrate, era rappresentato con il fiore di loto(come nella maschera Ghignante sarda) e il corno dell’abbondanza.
Quindi, visto che le ierofanie di questo torello, all’interno dei nuraghi, o la Y rappresentata monca del lato sinistro, o più corto, pare allora che rappresentasse proprio questo figlio di Osiride e Iside, questo Arpocrate, grande iniziato ai Misteri, che incentiva al silenzio, alla meditazione, alla sacralità dell’essere soli con sé stessi in queste dimensioni sacre.
Una sorta di silenzio riservato agli eletti.
Il viaggio iniziatico per la resurrezione a se stessi, si fa da soli.
E questo si adagia perfettamente alla simbologia dell’uovo
L’uovo, che in sardo di dice “S’ou”
Ma se lo leggiamo tutto attaccato, “s’ou” diventa “sou”, che in sardo significa “solo”, nel senso di solitario, di essere soli con sé stessi.
Perché il processo iniziatico di rinascita, come nella via lattea, fino al portale di Aldebaran, così in terra, passa attraverso “l’essere soli”, perché già di per noi stessi, siamo, come l’uovo, perfettamente in equilibrio.
Abbiamo l’albume, la parte lunare femminile, e abbiamo il tuorlo, la parte maschile solare.
E la parte lunare, funge da “jara”, da giara, da contenitore, da grembo per questa gestazione, per rinascere a noi stessi, per risorgere, come in una partenogenesi.
Perché solo quando le nostre polarità sono in equilibrio, la rinascita è possibile. E questo punto astrale era stato stato individuato in questa perfetta traiettoria con centro sulla cintura di Orione, che sta sull’equatore Celeste.
L’espressione sarda “seu sou”, “sono solo”, vista nella doppia accezione di “seu s’ou”, sono l’uovo, è di una potenza alchemica infinita.
Questo fa capire come i nostri Antichi Sardi erano dei veri Iniziati a quelli che poi furono i misteri isiaci, eleusini, dionisiaci, ecc., e prima ancora, delle grandi scuole d’Oriente, dei Cabiri.
La discendenza è quella, la stirpe di Salomone, e della regina di Saba, dei Falasha, i due grandi Iniziati.
Il simbolo della regina di Saba era il piede d’oca, come ho già approfondito in passato.
Una Y con una stanghetta al centro
Un elemento triadico anche qui, come i “tre soli” necessari alla resurrezione, alla Rinascita.
[…] Pensando ad Arpocrate, fratello/alter ego di Horus, mi vengono in mente i Giganti di Mont’e Prama, senza bocca. In uno, appena accennata. Non ha bocca nemmeno la Dea Madre di Cuccuru S’Arriu di Cabras.
Arpocrate era rachitico negli arti inferiori.
I Giganti hanno gli arti inferiori abbastanza corti, ma questo, secondo me, per rispettare una precisa Geometria Sacra con Orione sulla loro cintura, come ho già spiegato. Ma sembrano comunque rachitici, con gli arti inferiori corti.
Arpocrate, poi, verrà assimilato a Mercurio, Hermes, l’Alchimista, perché rappresenta il segreto della creazione.
Quello che tentano di raggiungere dopo la morte, osservando i possibili portali astrali
Una sapienza ancestrale conosciuta dagli antichi, e travestita da simboli e da miti, e da preservare attraverso il segreto delle conoscenze iniziatiche, e contemporaneamente cercare di praticare il silenzio, la meditazione, l’introspezione.
Il Dio del Silenzio era il simbolo dell’introduzione al Tempio del sapere iniziatico.
Il silenzio è un luogo senza spazio né tempo.
E sul Silenzio i nostri Antichi Sardi, hanno edificato meraviglie che lasciano senza parole[…]”
La chiave è proprio il ricongiungimento di Venere con Aldebaran/Toro ogni 8 anni, e questo evento era considerato un Mistero Iniziatico di altissimo livello. Ecco perché la mia decodifica sulla pietra di Ovodda si collega perfettamente a questo contesto
Aldebaran è l’occhio rosso del Toro, la stella che segna la costellazione.
È una delle stelle più luminose e veniva usata come punto di riferimento celeste per i cicli agricoli e rituali.
Venere, ogni 8 anni, compie 5 cicli sinodici e si ricongiunge con Aldebaran nella stessa posizione nel cielo.
Questo ritorno ciclico non è una coincidenza astronomica banale, ma è un sigillo di armonia cosmica.
Ne ho parlato approfonditamente nel mio ultimo libro di Archeoastronomia “Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna”.
In questo momento, le due “stelle” (Venere e Aldebaran) si fondono simbolicamente. Venere, dea dell’amore e della fertilità, bacia l’occhio del Toro, il principio maschile e solare.
È l’unione degli opposti, il matrimonio sacro (hieros gamos) tra il femminile e il maschile.
Il Taloro non è un dettaglio geografico casuale, è il filo d’oro che lega la pietra, il nome, il territorio e il mistero iniziatico.
Taloro (fiume e bacino imbrifero montano) si accosta foneticamente a Torolu (tuorlo), che a sua volta richiama Toro.
Il Taloro è il fiume più importante della Sardegna centrale, e il suo bacino imbrifero montano comprende Ovodda.
Il territorio di Ovodda è solcato da due corsi d’acqua, e il Taloro scorre nella vallata sottostante, caratterizzando profondamente il paesaggio.
La pietra di Ovodda, con i suoi 31 archi (mese solare) e 42 elementi totali (40 di Venere + 2 di dualità), è una mappa del tempo sacro.
Acqua (Mem, il 40, le acque madri) + Toro (Aldebaran, il tuorlo solare) =
l’unione degli opposti è incisa nel territorio stesso.
Ovodda è la terra di acque (Mem, 40) e di cieli limpidi (osservazione astronomica).
Taloro è il fiume, l’acqua che scorre, il grembo fluido che feconda la valle.
Torolu, il tuorlo, il Toro piccolino, il seme solare maschile, legato al nome stesso di Ovodda
Toro/Aldebaran e l’occhio rosso del Toro, la stella che Venere incontra ogni 8 anni.
Questo è il momento di massima potenza del ciclo: l’unione del femminile (Venere) con il maschile (Aldebaran/Toro).
Venere è la stella del mattino e della sera, il femminile che si ricongiunge al maschile.
La pietra di Ovodda è la mappa litica di questo ciclo, con i suoi 31 archi e 42 elementi.
Il Mistero Iniziatico è l’unione degli opposti, la sinergia che crea e rinnova continuamente, la rinascita, il ritorno all’Unità.
Il Taloro non è solo un fiume: è il nastro d’acqua che lega Ovodda al cielo.
Il suo nome, accostato a Torolu, rivela che il territorio stesso è marchiato dal simbolo del Toro solare.
L’acqua (Taloro) e il fuoco (Toro/Aldebaran) si incontrano, come Venere e Aldebaran si incontrano ogni 8 anni.
La pietra di Ovodda, con i suoi archi che sono grembi che trasportano il Sole, è la testimonianza litica di questo Mistero.
E Ovodda, con il suo Taloro e le sue acque, è il luogo eletto dove il cielo e la terra si specchiano.
La pietra di Ovodda non è solo un calendario, ma è un promemoria litico del Mistero. Ogni arco è un grembo che trasporta il Sole, ogni modulo è un ciclo di Venere, e ogni 8 anni, il ciclo si compie.
Il ricongiungimento di Venere con Aldebaran è il sigillo cosmico di questo Mistero. È il momento in cui il cielo e la terra si incontrano, in cui l’uovo cosmico si schiude, in cui l’iniziato rinasce a sé stesso.
Tiziana Fenu
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