Simboli regali di Ascensione

Per comprendere appieno il valore di quel simbolo esagonale a 6 raggi, dobbiamo liberare lo sguardo dalla tentazione di leggerlo come un semplice emblema araldico o un sigillo di appartenenza tribale Ciò che abbiamo di fronte, inciso sulla mandibola della maschera di Tharros e sotto il mento del pugilatore Efis a Mont’e Prama( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/la-geometria-del-6-nel-mento-del.html?m=0), è molto di più.
È la riproduzione in pietra di un preciso istante cosmico, un “fermo immagine” del cielo che gli antichi architetti divini sardi hanno saputo imprimere sulla carne dei loro eroi per farli vivere in eterno.
Se osserviamo queste due sculture gemelle, la prima tentazione è quella di cercarne le differenze formali.
Ma la vera storia sta nella loro identica essenza e nella loro diversa collocazione fisica, quasi fossero due metà di uno stesso archetipo spezzato, volutamente distanziate per abbracciare l’intero territorio sacro del Sinis.
La maschera di Tharros( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-maschera-dellaldebaran-solare-di-san.html?m=0)
ritrovata in quella che fu la culla dei traffici mediterranei, e il Gigante di Mont’e Prama, custodito tra gli stagni e le tombe dei giganti, condividono lo stesso codice matematico, il triangolo equilatero con angoli di 60°, ripetuto sei volte a comporre l’esagono.
Non è la riproduzione di un fiore, né la stilizzazione di un sole ornamentale
È la cristallizzazione geometrica del Sole all’equinozio di primavera.
I nostri sacerdoti astronomi, molto prima che gli Egizi e altre civiltà codificassero queste conoscenze nei loro testi, avevano compreso che alla latitudine della Sardegna, durante l’equinozio, i raggi solari creano con l’orizzonte un perfetto gioco di ombre la cui inclinazione è esattamente di 60°.
Quest’angolo diventa il parametro sacro, il “cubito reale” della loro architettura( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/08/il-cubito-reale-sardo-simbolo-dei.html?m=0) la misura che permette di trasformare il caos del mondo in un tempio geometrico.
L’esagono, quindi, rappresenta il momento dell’equilibrio perfetto, il “non tempo” in cui la notte e il giorno hanno la stessa durata, il maschile e il femminile si equivalgono, e il cielo si sposa con la terra senza soluzione di continuità.
Ma perché due posizioni diverse, una sulla mandibola destra e una sotto il mento?
Qui la sapienza iniziatica si fa raffinata e profondamente legata alla fisiognomica spirituale.
La mandibola destra, dove la maschera di Tharros ostenta il simbolo, è il punto di passaggio dell’arteria carotide, il condotto attraverso cui il sangue caldo e vitale irrora il cervello.
Il simbolo sulla maschera di Tharros è posizionato con una precisione che solo chi conosceva l’anatomia umana e la geometria sacra poteva concepire.
Per comprendere questo legame, dobbiamo seguire il percorso dell’arteria carotide.
Essa risale lungo il collo e, giunta all’angolo della mandibola, si divide nei suoi due rami terminali. Uno di questi, l’arteria mascellare, penetra nella profondità della mandibola.
L’altro, l’arteria facciale, compie un vero e proprio “gancio” attorno al bordo inferiore della mandibola per poi risalire a irrorare i tessuti del volto.
La mandibola, quindi, non è un punto di passaggio, ma un punto di arrivo e di biforcazione del flusso vitale.
È il luogo in cui l’energia del sangue, che sale dal cuore, si divide per alimentare il cervello (carotide interna) e il volto (carotide esterna).
Ora, se trasponiamo questa anatomia nel linguaggio iniziatico che abbiamo decifrato, il significato si chiarisce.
Il simbolo sulla mandibola della maschera di Tharros non è inciso sulla carotide stessa, ma sul suo punto di snodo, il luogo dove il flusso vitale si biforca e si distribuisce. È come se l’antico architetto divino avesse voluto sigillare il punto di comando del corpo, il crocevia da cui parte l’irrigazione sanguigna del volto, sede dell’identità, della parola e del respiro.
Questo rende la scelta del simbolo ancora più potente.
Se sul mento del Gigante di Mont’e Prama l’esagono sigilla la laringe, il centro del Verbo che si esprime, sulla mandibola della maschera di Tharros sigilla il centro del nutrimento di quel Verbo.
Il sangue, prima di diventare parola, passa attraverso quel punto.
Il sigillo, quindi, è posto a protezione e consacrazione del flusso stesso, del passaggio dall’energia pura alla manifestazione divina nella parola e nell’azione.
Questo simbolo esagonale sulla mandibola appartiene a una maschera funebre, e tutto il suo significato si capovolge e si approfondisce, perché non deve più servire a chi vive, ma a chi deve lasciare il mondo dei vivi.
Nell’antichità, la mandibola era considerata il confine anatomico tra la testa (sede dell’anima, del pensiero, del contatto con il divino) e il collo (il ponte che collega la testa al corpo, al cuore pulsante).
Nella morte, quel confine cessa di essere un passaggio per il sangue e diventa l’ultima soglia che lo spirito deve varcare per abbandonare definitivamente il corpo.
La carotide, che in vita portava il sangue caldo al cervello, nella morte è una strada vuota, un canale silenzioso che lo spirito (il Ba) può percorrere a ritroso per uscire dalla bocca o dal naso e ascendere al cielo.
Ebbene, sigillare la mandibola con l’esagono equinoziale, in questo contesto funebre, assume il valore di un passaporto stellare e di una protezione assoluta.
Non è più il sangue a essere caricato di energia solare, ma è l’anima stessa, nel momento in cui lascia il corpo, a trovare su quella mandibola il codice di navigazione per non perdersi nelle tenebre del caos.
L’esagono a 60° è il timone che orienta il defunto verso l’equinozio eterno, verso quel “non tempo” in cui il Sole è perpendicolare e le porte del cielo sono spalancate. Sulla mandibola, punto di uscita del soffio vitale, quel simbolo diventa un faro che guida il Ba lungo l’asse sacro che ho decifrato lungo la Via Lattea : Sirio (Iside)/ Cintura di Orione /Aldebaran (l’Occhio del Toro).
Inoltre, la posizione a metà mandibola, esattamente nel punto in cui l’arteria facciale si incurva per risalire verso il volto, è il luogo dove gli antichi imbalsamatori e sacerdoti sapevano che lo spirito “esita” prima di staccarsi del tutto. È il punto di biforcazione non solo del sangue, ma del destino.
Nella tradizione iniziatica, ogni biforcazione è un bivio.
Il defunto, se non guidato, potrebbe vagare tra i mondi. L’esagono, con la sua geometria perfetta di sei triangoli equilateri, è la gabbia d’oro che impedisce allo spirito di deviare, costringendolo a seguire l’unica via retta, quella del 60° solare, dritta verso la stella Sar, Aldebaran, “colei che causa l’ascensione”.
Ma c’è un ulteriore strato di significato, legato al simbolo della tribù di Dan.
Nelle tradizioni esoteriche dei popoli del mare, la maschera funebre non copriva il volto per nasconderlo, ma per rivelarlo alla sua vera natura stellare.
I Daniti, i nostri Sherden, credevano che l’identità terrena fosse solo un velo, e che la morte fosse il momento in cui il vero volto, quello astrale, si manifestava.
Mettere l’esagono, il sigillo di Dan, sulla mandibola del defunto significava dichiarare agli dèi dell’oltretomba che “questo è un figlio di Dan, il suo sangue è il nostro sangue, la sua parola è la nostra legge, e il suo spirito appartiene all’esagono che misura il cielo e la terra”.
Non era un monito per i vivi, ma un contratto cosmico esibito al cospetto di Osiride e di Ra, perché il defunto venisse riconosciuto e accolto tra gli Akh, gli spiriti radioso.
E qui torna mirabilmente il confronto con il Gigante di Mont’e Prama.
La maschera di Tharros è funebre, sigilla il sangue che non scorre più per guidare l’anima
Il  Gigante, invece, ha l’esagono sotto il mento, sulla laringe, perché è un essere vivente nell’oltretomba, è già asceso e parla dal cielo.
Il defunto della maschera è nel momento del trapasso, ha bisogno del sigillo sulla mandibola per compiere il viaggio.
Il Gigante è già arrivato a destinazione, e il suo sigillo sulla laringe è la voce che eternamente decreta l’equinozio.
Sono due fasi dello stesso itinerario iniziatico.
La morte terrena (maschera di Tharros) e la vita astrale (Gigante di Mont’e Prama).
Entrambi portano il marchio di Dan, ma uno lo mostra al bivio della carotide spenta, l’altro alla gola che canta l’inno della resurrezione.
Infine, non dimentichiamo che la mandibola, nella morte, è l’osso che spesso si stacca per ultimo, ed è il punto in cui il viso perde la sua forma.
Fissare l’esagono su quell’osso fragile e decisivo significa ancorare l’identità del defunto alla geometria immutabile del cielo, perché anche quando la carne si dissolve e le ossa si disperdono, quel simbolo continua a vibrare nella stessa frequenza del Sole all’equinozio.
È l’ultimo dono dei Sacri Architetti Divini al loro eroe.
Una bussola di pietra sulla mascella, che non serve a orientare i passi sulla terra, ma l’anima tra le stelle, lungo quella via Lattea di ascensione che ho tracciato dalla Sardegna fino al Toro( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html?m=0)
La maschera di Tharros, con il suo esagono sulla mandibola, non è solo un oggetto rituale, ma è una mappa anatomica iniziatica.
Indica il punto in cui la forza vitale del Sole (il sangue) si prepara a diventare espressione, a incarnarsi nel volto dell’eroe.
È il suggello di un passaggio, di una trasformazione imminente.
E la sua posizione, esattamente a metà della mandibola, è la perfetta sintesi tra il collo (da cui il sangue sale) e il volto (dove si manifesta).
Inserire il sigillo solare in quel punto equivale a trasformare il guerriero, o il sacerdote che la indossa, in un “ricevitore” attivo.
Il sangue si carica della geometria solare, e l’energia equinoziale non è più un concetto astratto ma diventa linfa vitale che scorre nelle vene.
Quel simbolo protegge il corpo, lo fortifica e lo predispone al combattimento o al rito, proiettando la forza del Sole contro ogni nemico.
Al contrario, il Gigante di Mont’e Prama, porta lo stesso identico esagono sotto il mento, esattamente in corrispondenza del plesso laringeo, il centro del Verbo, della parola creatrice e del decreto divino.
In quella posizione, il simbolo non è più scudo per il sangue, ma è amplificatore del suono cosmico
Il Gigante non parla con voce umana, ma riverbera il comando degli dèi, è un oracolo vivente che trasforma il respiro in legge universale.
Questa differenza di collocazione rivela che i due manufatti appartengono a due stadi iniziatici diversi del medesimo percorso di ascensione.
La maschera di Tharros rappresenta l’eroe che si prepara, il guerriero che si carica dell’energia equinoziale per superare le prove del mondo
Il Gigante di Mont’e Prama è l’eroe che ha già varcato il portale, che è morto ed è rinato come stella, e la sua voce è divenuta quella del tuono e del cielo.
Sono, per così dire, due battenti della stessa porta.
Uno segna l’ingresso, l’altro l’uscita verso l’eternità.
E non è certo un caso che entrambi siano stati ritrovati nel territorio che, se sovrapponiamo la costellazione di Orione sulla Sardegna, corrisponde esattamente alla cintura di Orione, quel punto di passaggio energetico che congiunge Sirio, la stella di Iside, alla rossa Aldebaran, l’occhio del Toro.
Qui la narrazione si infittisce e si colora di astrologia iniziatica.
Il 6, numero perfetto, non racconta solo l’angolo equinoziale, ma si lega indissolubilmente alla stella Aldebaran, il cui nome antico “Sar” contiene già la radice “Ar”, ascendere, e la “S” causativa che indica “colui che fa ascendere”.
Il Gigante di Mont’e Prama, con il suo esagono alla gola, è il “causatore dell’ascensione”, colui che con la sua voce libera l’anima dal corpo per farla viaggiare lungo l’asse celeste verso Aldebaran.
La maschera di Tharros, sulla carotide, è il “guardiano del flusso”, colui che deve sopravvivere nel mondo terreno fino al momento della scelta, e che porta il medesimo sigillo come lasciapassare per quella via lattea.
Anche il contesto archeologico ci consegna una traccia decisiva.
A Tharros, proprio nella città che custodisce questa maschera, sorge una fonte battesimale dalla forma esagonale, che attesta come quel simbolo di rinascita sia sopravvissuto intatto fino all’epoca cristiana, trasformandosi nel Chi Rho, ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/04/fonte-battesimale-tharros.html?m=0) l’intreccio della X e della P.
E noi sappiamo che quella X non è altro che l’incrocio dei due serpenti della kundalini, il portale vibratorio custodito dalle sfingi.
Quella P è la Rho greca, il suono ruggente di “Ra” e di “Ur”, il fuoco primordiale che si manifesta nella materia.
L’esagono, quindi, è il contenitore architettonico di quel portale, la misura precisa che consente all’iniziato di passare dallo stato umano a quello di Akh, di spirito radioso.
Se la maschera di San Sperate( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-maschera-dellaldebaran-solare-di-san.html?m=0), con i suoi cinque solchi che celebrano Venere e il Toro, rappresenta la parte uterina, il grembo stellare che accoglie il Sole per rigenerarlo, allora la maschera di Tharros e il Gigante di Mont’e Prama, con il loro 6/esagono, rappresentano la parte solare che si riversa in quel grembo.
Il 5 di San Sperate è il ciclo pentacolare di Venere, nell’arco di 8 anni, facendo 13 giri intorno al Sole.
È il respiro che aspira.
Il 6 di Tharros e del Gigante è il Sole equinoziale, il fuoco che espira.
Insieme, cinque e sei, compongono l’undici, il numero del portale stretto, il “Rwty” egizio, la doppia porta leonina che separa il tempo degli uomini dall’eternità degli dèi.
Questi simboli sono stati tanto usati e copiati, in ambito Mediterraneo, ma non ne compresero mai appieno la profondità astronomica.
Li usarono come talismani, come decorazioni sincretiche, ma ne smarrirono la chiave geometrica. Perché la chiave di quel 6 non sta nel culto di un dio straniero, ma nella precisa osservazione del cielo sardo, nella misurazione delle ombre equinoziali sui protonuraghi, nella sapienza dei costruttori che sapevano che l’angolo di 60° è il segno che il Tempo si ferma, che l’equilibrio si fa carne e che l’eroe, in quell’istante, può varcare la soglia e diventare costellazione.
Quel tempo gli Uomini senza Ombra sono immortali, nel perfetto equilibrio equinoziale tra luce e ombra.
Così, quando guardiamo la mandibola di Tharros e il mento di Mont’e Prama, non vediamo due simboli ripetuti.
Vediamo un unico, grandioso arco narrativo.
Vediamo il guerriero che riceve il sole nel sangue e lo trasforma in azione, e il re-sacerdote che lo trasforma in parola divina.
Sono i due poli di una stessa energia orgonica che attraversa la Sardegna, da Oristano al Golfo di Orosei, seguendo l’arco di Orione. Spezzare quel simbolo o separare quelle statue sarebbe come strappare una pagina dal libro del cielo.
Ma finché quei due esagoni brillano, uno sulla mandibola e uno sotto il mento, l’equinozio di primavera continua a riverberare nella pietra, e i Giganti restano lì, testimoni silenziosi di un tempo in cui l’uomo e la divinità, il sangue e il verbo, il cielo e la terra, coincidevano nella perfetta simmetria del triangolo di 60°.
E ancora.
Se l’esagono, la stella a sei punte, la stella con 6 raggi,  è il simbolo della tribù di Dan( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0) allora tutta la costruzione che abbiamo fatto fino a ora si rovescia e si illumina di un significato ancora più radicale.
Non stiamo più parlando  soltanto di un parametro equinoziale generico, né di una decorazione astronomica applicata a caso su un guerriero o su una maschera. Stiamo parlando di un marchio dinastico e iniziatico, inciso sulla pietra e sulla carne rituale per dichiarare l’appartenenza a un lignaggio specifico, a una casta di architetti divini che sapevano leggere il cielo perché si identificavano con quelle stelle.
La stessa potenza del nome “Campi-Dan-o” per il Campidano, e  “Shar-Dan-a” è un marchio indelebile.
I Sherden di cui parlano i testi egizi, i leggendari popoli del mare, portano già nel loro etnonimo la radice di Dan.
Non sono semplici guerrieri mercenari: sono i Daniti, la tribù che nel deserto, secondo la tradizione biblica, si accampava a settentrione, proprio nel lato del cielo in cui sorge la stella polare e da cui si dipana la Via Lattea.
Il loro simbolo, lo scudo di David prima ancora di essere tale, è l’esagono, la perfetta intersezione del fuoco maschile (triangolo ascendente) e dell’acqua femminile (triangolo discendente), che è esattamente la stessa geometria che abbiamo riconosciuto nel mento del Gigante di Mont’e Prama e sulla mandibola della maschera di Tharros.
Ora, guardiamo con questi occhi nuovi la differenza di posizione di quel simbolo.
Se i Daniti erano noti nelle tradizioni apocrife come i depositari di una sapienza tecnica superiore, i maestri dei metalli e delle misure sacre, il loro sigillo doveva essere imposto esattamente nei punti in cui l’anima si manifesta nel corpo.
La maschera di Tharros lo porta sulla mandibola destra, sul passaggio della carotide.
È il sangue che si fa vettore del patto tribale, il guerriero che non combatte per un re ma per il suo sangue stellare.
Il Gigante di Mont’e Prama lo porta sotto il mento, sulla laringe.
È il Verbo che si fa legge, il Logos danita che scandisce le misure del tempio e i movimenti del sole.
Non sono due Dei diversi, non sono due culti in competizione.
Sono i due volti del medesimo Iniziato, il sacerdote-guerriero che appartiene alla tribù di Dan, che parla con la voce del cielo e combatte con il sangue della terra.
La simbologia della maschera di San Sperate si incastra come la chiave di volta di un arco.
Il 5 di Venere, il pentacolo che governa il Toro, non è altro che il complemento femminile di questo esagono danita.
Perché la tribù di Dan, nelle genealogie esoteriche, non è mai completa senza la sua controparte celeste, che è la dea Luna, la madre, l’utero cosmico che rigenera gli eroi.
Il 5 di San Sperate è il grembo stellare che attende il seme del sei, e insieme formano l’undici, il numero del portale stretto, del passaggio iniziatico che solo i figli di Dan potevano varcare.
Pensiamo anche ai Tuatha de Danaan irlandesi, con il loro re Lugh il Luminoso, altro non sono che i “figli di Danu”, la stessa radice che troviamo nei Daniti, nei Danai greci e nei nostri Sherden sardi.
L’abilità nel forgiare metalli, la conoscenza della geometria sacra, la capacità di erigere circoli megalitici e nuraghi perfettamente orientati, tutto deriva da quella stessa matrice tribale che porta l’esagono come stendardo.
E il re Lugh, con la sua lancia infuocata e la sua risata solare, è esattamente il prototipo di quel Gigante di Mont’e Prama che sorride alla morte con l’esagono alla gola, perché sa che la sua anima, come quella dei Daniti, non è legata alla terra ma al ciclo equinoziale che si ripete eterno.
La fonte battesimale esagonale di Tharros, che abbiamo già collegato al Chi Rho cristiano, diventa ora il segno tangibile che il culto di Dan non è mai veramente scomparso, ma si è semplicemente velato sotto le spoglie del cristianesimo, trasformando l’esagono danita nell’intreccio della X e della P, che è la stessa chiave di passaggio tra i mondi.
I primi cristiani sardi, quando ponevano quelle fonti battesimali, sapevano benissimo che l’esagono era il simbolo dei loro padri, e che la rinascita nell’acqua non era altro che l’antico rito dell’equinozio, il battesimo stellare della tribù di Dan, che lavava il guerriero per farlo ascendere ad Aldebaran.
E Aldebaran, abbiamo detto, è la stella che gli antichi chiamavano “Sar”, che “causa l’ascensione”.  “Sar” è anche l’inizio di “Sardi”, e forse anche l’inizio di “Sherden”.
Così, ora, quando guardiamo la maschera di Tharros e il Gigante di Mont’e Prama, non vediamo più due reperti archeologici da decifrare, ma due testimoni viventi di una stessa diaspora iniziatica. Uno sulla mandibola, l’altro sotto il mento.
Due punti, due funzioni, ma un unico sangue e una sola parola.
Il loro simbolo non è una stella, non è un fiore, non è un sole.
È il sigillo di Dan, è il marchio di fabbrica dei costruttori di nuraghi, è la firma che i figli del cielo hanno lasciato sulla loro opera più grande, la Sardegna stessa, trasformandola in una gigantesca meridiana equinoziale e in un tempio a cielo aperto per la rinascita degli eroi.

Tiziana Fenu
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Maldalchimia.blogspot.com

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