Statuina
L’immagine mostra una statuetta femminile in terracotta grigia risalente al 2300–2100 a.C. (Età del Bronzo) proveniente dal sito archeologico di Tureng Tepe, in Iran, ed è attualmente conservata al Penn Museum (numero di inventario 32-41-25).
Interessante.
Abbiamo 10 bande di incisioni a V, con il vertice rivolto verso l’alto, che partono dal pube ( con il vertice verso il basso, quindi) che quasi toccano la serie di 10 elementi nel collo, disposti con il vertice verso il basso, decorati con 8 elementi verticali disposti sulla punta dei vertici.
I vertici con la punta verso l’alto rappresentano l’energia mascolina, il Fuoco.
I vertici con la punta verso il basso richiamano la simbologia del pube e rappresentano l’energia femminile, l’acqua.
Una rappresentazione che fa riferimento alla sinergia creatrice.
Lo evince anche dalla conformazione cruciforme.
È insolito anche il viso
La statuetta di Tureng Tepe è un oggetto straordinariamente denso di significati.
La mia lettura, che intreccia numeri, astronomia e alchimia, coglie perfettamente la complessità di un manufatto che sembra voler parlare un linguaggio cosmologico
Il numero 12 (sul collo) si integra con il 10 (sul pube) e l’8 (i marcatori verticali), aprendo chiavi di lettura astronomiche e alchemiche interessanti
La combinazione di questi tre numeri, 12/10/8, genera una struttura di rara potenza
12 + 10 + 8 = 30
Questo è il numero per eccellenza del mese lunare sinodico (29,5 giorni arrotondati a 30).
La statuetta racchiude in sé un mese lunare completo.
12 + 10 = 22
Il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico, ma anche il numero dei cromosomi autosomici umani. Rappresenta la totalità della manifestazione materiale e il codice genetico della vita.
12 + 8 = 20
Il numero delle dita di mani e piedi, il microcosmo umano riflesso nel macrocosmo.
Il 12 non è il ciclo di Venere in sé, ma è la chiave che lo lega al calendario solare e al sistema sessagesimale mesopotamico.
Il 12 rappresenta i mesi dell’anno solare.
Il ciclo di 8 anni di Venere (5 cicli sinodici) si completa in 96 mesi (8 anni × 12 mesi).
In 8 anni solari, Venere compie 5 cicli.
La combinazione di 5 (cicli di Venere) e 12 (mesi solari) genera 60, la base del sistema sessagesimale babilonese, nato proprio dall’osservazione astronomica.
Il collo è la sede del Logos, della voce e del comando.
Mettere 12 elementi (il tempo solare) sul collo significa che la dea “pronuncia” o “governa” il tempo ordinario, mentre l’8 (Venere) e il 10 (la totalità lunare) risiedono nel corpo e nel pube, le parti più istintuali e generative.
Dal punto di vista alchemico, il 12 rappresenta il ciclo completo della Grande Opera.
Nella tradizione alchemica, la trasmutazione avviene attraverso 12 fasi o processi (calcinazione, dissoluzione, separazione, congiunzione, fermentazione, distillazione, coagulazione, ecc.).
I 12 elementi sul collo simboleggiano il percorso iniziatico che dalla materia grezza (il pube, il 10) conduce allo spirito illuminato (la testa).
Il collo è fisicamente il ponte tra la testa (il Cielo, lo spirito) e il cuore/torace (la Terra, l’anima). I 12 elementi a V, con i loro 8 marcatori, rappresentano il punto di incontro tra il ciclo solare (12) e quello venusiano (8), tra l’ordine divino e la rigenerazione ciclica.
Con la correzione a 12, la statuetta di Tureng Tepe non è solo un calendario lunare o venusiano, ma un sistema calendariale integrato
Il 10 (pube) rappresenta il ciclo lunare (30 giorni) e la fertilità terrena.
Il 12 (collo) rappresenta l’anno solare e l’ordine cosmico.
L’8 ( i marcatori) rappresenta il ciclo di Venere e la rigenerazione.
La Somma (30) è la sintesi perfetta del mese lunare.
Questa triade numerica (10, 12, 8) fa della statuetta un manuale astronomico tridimensionale, in cui il corpo della dea diventa il teatro dell’armonia tra Sole, Luna e Venere
Questo dimostra una conoscenza astronomica sofisticata, in cui il ciclo di Venere non è isolato, ma è perfettamente sincronizzato con il calendario solare e lunare.
Gli 8 elementi che decorano i vertici delle V sul collo (e forse anche sul pube) sono un numero di grande potenza.
L’8 è il numero dell’ogdoade, della rigenerazione e dell’equilibrio cosmico.
Il vertice rivolto verso l’alto è un simbolo universale del principio maschile, solare e igneo. Rappresenta l’energia che ascende, la spiritualità, la forza celeste e il principio attivo.
Il vertice rivolto verso il basso, specialmente se posto in corrispondenza del pube, è un simbolo del principio femminile, lunare e acquatico. Rappresenta la ricettività, la fertilità, la materia e il principio passivo.
La Loro Compenetrazione, la loro disposizione lungo l’asse centrale del corpo (dalla testa al pube) e la loro reciproca tensione creano un asse di polarità.
Le due serie di V, quella maschile e quella femminile, non sono separate ma si “guardano” e si attraggono, simboleggiando l’unione sacra (lo hieros gamos) tra Cielo e Terra, tra Fuoco e Acqua.
La forma cruciforme della statuetta, con le braccia aperte, è molto più di una postura, è un mandala tridimensionale.
Il corpo stesso, dalla testa ai piedi, rappresenta l’asse del mondo (axis mundi), il canale attraverso cui le energie celesti discendono e quelle terrene ascendono.
L’Asse Orizzontale, le braccia tese in una posa che è stata definita “a stella” o “a croce”, rappresentano l’espansione della manifestazione nel mondo materiale.
L’Intersezione, l’incontro di questi assi è il punto di creazione, il luogo dove lo spirito (verticale) si incarna nella materia (orizzontale).
È la quadratura del cerchio, la sintesi degli opposti che genera la vita.
La mia intuizione sui riferimenti astronomici è comunque supportata dal fatto che Tureng Tepe era un importante centro cerimoniale e astronomico.
Il numero 30 è un chiaro riferimento al ciclo sinodico.
La statuetta potrebbe essere stata utilizzata per tracciare le fasi lunari o come calendario lunare portatile.
La testa della statuetta, con il suo copricapo elaborato, potrebbe essere una rappresentazione della costellazione delle Pleiadi, il cui sorgere eliaco era fondamentale per il calendario agricolo.
In alcune tradizioni del Vicino Oriente antico, le Pleiadi erano associate al Toro, e il numero 8 potrebbe riferirsi alle stelle principali di questo asterismo.
L’interpretazione alchemica si integra perfettamente con quella astronomica.
Il corpo della statuetta, con la sua forma a croce, può essere visto come un vaso ermetico, il contenitore alchemico dove avviene la trasmutazione.
La polarità sessuale all’interno del corpo simboleggia la materia prima che deve essere purificata e unita.
La terracotta grigia, un materiale umile e scuro, rappresenta la materia prima dell’opera alchemica, che, attraverso il processo di “cottura” (simbolico e reale), si trasforma in un oggetto di grande valore spirituale e conoscitivo.
La straordinarietà del volto risiede nella sua astrazione e frontalità.
Gli occhi, originariamente intarsiati, erano probabilmente realizzati con materiali preziosi o colorati (come conchiglie o pietre). Questo conferiva loro uno sguardo vivido e ipnotico, suggerendo onniscienza e una connessione diretta con il divino o il mondo degli spiriti.
Il copricapo o corona, decorato con riccioli o protomi laterali, è un chiaro segno di status divino o regale.
Potrebbe rappresentare un copricapo rituale, un diadema astrale (con il cerchio di stelle) o persino una corona murale, simbolo di una dea protettrice della città.
Il naso, descritto come “fine” o rotto, è un elemento che enfatizza l’asse centrale del volto e il respiro, soffio vitale e spirito (pneuma).
La statuetta di Tureng Tepe non è una semplice “dea madre” o un oggetto di fertilità, come a lungo ipotizzato.
È un modello cosmologico complesso, un manuale di filosofia ermetica codificato nella terracotta. La sua struttura numerica e la sua geometria (la croce, le V opposte) descrivono un universo in cui le forze opposte del maschile e del femminile, del fuoco e dell’acqua, del cielo e della terra, non sono in conflitto, ma sono in sinergia creatrice.
La statuetta è un axis mundi portatile, un oggetto che serviva a mettere in relazione il microcosmo umano con il macrocosmo celeste, sia in senso astronomico che spirituale.
La struttura numerica della statuetta di Tureng Tepe sembra rimandare in modo sorprendentemente preciso anche al ciclo sinodico di Venere, un elemento centrale nelle conoscenze astronomiche e religiose del Vicino Oriente antico.
Il ciclo sinodico di Venere (il tempo che il pianeta impiega a tornare nella stessa posizione rispetto al Sole, visto dalla Terra) dura in media 584 giorni.
La statuetta presenta una combinazione numerica che sembra codificare proprio questo ciclo
Gli 8 elementi verticali che decorano i vertici delle “V” sul collo sono il numero chiave.
Dopo 8 anni solari, Venere compie 5 cicli sinodici (5 × 584 = 2.920 giorni), tornando quasi esattamente nella stessa posizione nel cielo.
La relazione 5 e 8.
La statuetta sembra suggerire questa relazione. I 10 elementi sul pube, sono un 5 x 2, ed è la presenza dell’8 a stabilire il collegamento diretto con il ciclo di Venere.
La combinazione di 8 (Venere) e il ciclo sinodico della luna 29, 5 arrotondato a 30, crea un ponte tra i due luminari più importanti per il calendario antico.
La statuetta potrebbe rappresentare una divinità legata a Venere, come Inanna/Ishtar, la dea sumera e accadica dell’amore, della guerra e del pianeta Venere.
I testi mesopotamici associavano Inanna alle tre fasi di visibilità di Venere: stella del mattino, stella della sera e stella del cielo (o degli inferi).
La statuetta, con la sua postura frontale e le braccia aperte, potrebbe rappresentare la dea nella sua totalità, dominando questi cicli.
Il ciclo di 8 anni di Venere disegna nel cielo un pentagramma (una stella a 5 punte).
Questo simbolo, associato alla sezione aurea e alla sequenza di Fibonacci, è un archetipo di ordine cosmico e perfezione.
La struttura geometrica della statuetta, con la sua croce e le sue proporzioni, potrebbe essere una rappresentazione terrestre di questo pentagramma celeste.
La statuetta di Tureng Tepe, quindi, non è solo un modello del cosmo, ma un calendario astronomico portatile che integra i cicli della Luna e di Venere.
La presenza dell’8 e la sua relazione con il 5 suggeriscono una conoscenza del ciclo di 8 anni di Venere.
Questo la rende un oggetto di straordinaria complessità, un manuale di astronomia e teologia in cui il corpo della dea diventa il palcoscenico di un dramma cosmico che si rinnova ogni 584 giorni.
La statuetta di Tureng Tepe non è un tassello mancante che salda la mia ricerca sarda al più vasto aereo simbolico delle Uccello.
La conformazione, il luogo e la sua stessa struttura numerica sembrano convergere verso il Cigno, fornendo al mio capitolo conclusivo del mio libro di Archeoastronomia, “Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna” in cui ho approfondito proprio questo aspetto, in correlazione alla costellazione del Cigno, una profondità e una conferma inaspettate.
La statuetta presenta i tratti tipici delle Dee Uccello. Occhi incisi e un naso affilato che evoca un becco, con l’assenza quasi totale di una bocca.
Questa non è una stilizzazione casuale, ma una scelta iconografica precisa, la stessa che accomuna le nostre Dee Sarde a un ampio orizzonte mediterraneo e vicino-orientale.
Il volto di Tureng Tepe è, a tutti gli effetti, una maschera ornitica, una teofania che fissa il punto d’incontro tra l’umano e il volatile.
Il sito di Tureng Tepe si trova a 36° 56′ N, 54° 35′ E, una latitudine quasi identica a quella della Sardegna.
Questo dettaglio geografico è cruciale.
Significa che gli antichi abitanti di Tureng Tepe osservavano lo stesso cielo che vedevano i costruttori di Monte d’Accoddi. La costellazione del Cigno, con la sua stella Deneb, sarebbe apparsa alta e maestosa, solcando la Via Lattea in una posizione analoga.
Il Cigno non era quindi un simbolo importato, ma una presenza celeste condivisa in entrambi i contesti culturali.
La mia analisi numerica (10 sul pube, 12 sul collo, 8 come marcatori) acquista un nuovo significato se letta in chiave ornitica e astronomica. I numeri della statuetta non solo codificano i cicli di Luna e Venere, ma descrivono il volo del Cigno.
La struttura numerica diventa così un calendario integrato, un modello in miniatura delle armonie celesti che il volatile rappresenta.
La statuetta di Tureng Tepe non è solo una “dea madre” o un idolo di fertilità.
È un modello cosmologico, un manuale astronomico in terracotta.
Il suo volto a becco la consacra come Dee Uccello, un anello di congiunzione tra la Sardegna e l’Iran, tra il Neolitico europeo e quello vicino-orientale.
Ho avuto già modo di sottolineare le correlazioni simboliche tra Sardegna /Iran
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/statuina-iran-doppie-pupille.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/statuina-iraniana-sarda.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/orecchini-iran.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/06/pannello-iran.html?m=0
La sua presenza a una latitudine così simile a quella sarda, sotto lo stesso cielo del Cigno, suggerisce che le mie “Dee Silenziose” non erano un fenomeno isolato, ma parte di una rete simbolica e astronomica che abbracciava l’intero Mediterraneo e il Vicino Oriente.
Il Cigno, con il suo volo lungo la Via Lattea, era il denominatore comune, il telos di un viaggio iniziatico che univa terre e culture diverse in un unico, grande respiro cosmico.
Tiziana Fenu
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