Ulisse

E così, giovedì scorso, al Lazzaretto di Cagliari, mentre il sole tramontava sul mare e io chiudevo il mio intervento sui supereroi Sardi, ho sentito che il cerchio si stava chiudendo.
Ho parlato dei Giganti di Mont’e Prama, dei bronzetti che traguardano il Draco stellare, della straordinaria struttura cosmogonica custodita dai Giganti di Mont’e Prama e dagli stessi bronzetti E mentre il pubblico accoglieva , io pensavo già a un altro supereroe, il più popolare di tutti, in questo periodo, quello che conosciamo fin da bambini, e che forse non abbiamo mai guardato con gli occhi giusti.
Sto parlando di Ulisse.
Non ho ancora visto “l’Odissea” di Nolan, che per me è stato sempre ai vertici delle mie preferenze cinematografiche, con capolavori di profondo spessore, compresa la trilogia di Batman che porta la sua firma, impareggiabile.
A pochi giorni dall’uscita del film e a ridosso della presentazione sui miei supereroi stellari, pensavo che avrei potuto parlare anche di Ulisse, al Festival Letterario “Neanche gli Dei”, mi sarebbe piaciuto, ma avrei rubato spazio ai miei supereroi Sardi.
Ho parlato di Ulisse altre volte. All’interno del link di questo scritto ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/athena-ulisse-e-il-ramo-biforcuto.html?m=0) trovate anche i link dei precedenti scritti.
Ulisse, l’eroe per eccellenza. L’uomo dai mille inganni, il navigatore, il reduce.
Ma io, per tanto tempo di studi sui Sardi e sul loro cielo, non riesco più a vederlo come un uomo.
Non riesco più a vederlo come un re, come un guerriero, come uno stratega.
Lo vedo come una costellazione. Lo vedo come un viaggio astrale, come l’anima che attraversa i segni dello zodiaco per tornare al suo centro.
E allora ho cominciato a rileggere l’Odissea con gli occhi che ho usato per i Giganti di Mont’e Prama.
Ho pensato a lui, Ulisse, mentre lascia Troia.
Non è una partenza, è un tramonto.
L’Età dell’Ariete sta finendo, quella dei guerrieri, quella del maschile che combatte.
Ulisse si avvia verso un tempo nuovo, verso il ciclo, verso il Femminino che lo attende, Penelope.
E subito incontra il Caos, i Lestrigoni, i Ciclopi.
Ho pensato al Draco, il serpente che avvolge il polo.
Ulisse deve affrontare il caos primordiale, deve accecare Polifemo, il sole nero che lo imprigiona.
È il passaggio obbligato
Per trovare la strada, devi passare attraverso il serpente.
Poi ho visto Circe.
Ho visto l’isola, la maga, la Dea che trasforma gli uomini in animali.
E ho capito che Circe non è una strega, ma è il polo nord celeste, la stella immobile che trasforma l’eroe.
Lo spoglia della sua umanità, lo riduce a ciò che è veramente, e lo rimanda al mare.
È il centro, il punto fisso attorno a cui tutto ruota.
E per arrivare a quel centro, devi essere pronto a perdere tutto.
Poi ci sono le Sirene.
Ho pensato al canto delle sfere, al richiamo delle costellazioni che ti attirano fuori rotta.
Ulisse si fa legare all’albero della nave, l’albero che è l’asse del mondo.
E in quel gesto ho visto l’incarnazione, l’anima che si lega alla materia per non perdersi nel canto dell’illusione.
Non è un trucco, ma è un atto iniziatico.
E poi Scilla e Cariddi.
Il passaggio.
Ho pensato ai nodi lunari, il nord e il sud, custoditi dalla costellazione del Draco, il punto in cui la Luna incrocia l’eclittica.
Ulisse deve attraversare quel varco stretto, tra la roccia e il vortice, tra il maschile e il femminile.
Non può fermarsi, non può scegliere.
Deve passare.
È il lunistizio, è il momento in cui il tempo si ferma e l’eternità si apre.
Calipso, infine, lo trattiene per sette anni.
Sette anni, ho pensato, sono i sette pianeti, le sette sfere che l’eroe deve attraversare.
Lei è il Draco che lo avvolge, che lo tiene stretto al polo.
Ma alla fine, anche lei deve lasciarlo andare, perché il viaggio non è eterno, e Itaca lo aspetta.
Itaca, ho riflettuto, non è una meta.
Itaca è il centro, il polo, il punto da cui era partito e a cui deve fare ritorno.
Ma non è la Itaca dei geografia.
È Itaca del cielo, il luogo che è sempre stato dentro di lui, e che lui ha cercato fuori.
È il Sigillo del Draco che si apre.
E poi ho pensato a Penelope, la sua paredra.
Lei non è la moglie che aspetta.
È la trama del cielo.
La sua tela, che tesse di giorno e disfa di notte, è il ciclo lunare che si compie e si ricompone.
I 108 proci sono le costellazioni che insidiano il trono, il tempo profano che cerca di usurpare il centro sacro.
Ma Penelope li inganna, come la Luna inganna l’osservatore, come la tredicesima luna di Oschiri inganna il calendario.
Lei custodisce l’arco di Ulisse, l’arco che solo lui può tendere.
E ho pensato che quell’arco è il polo celeste, il centro immobile attorno a cui tutto ruota.
Solo chi ha compiuto il viaggio, solo chi ha attraversato il caos, può tenderlo.
E allora ho capito che Ulisse non può essere Orione.
Orione è il cacciatore, il guerriero, il maschile che vince.
Orione è il Sole che regna, che uccide, che domina.
Ma Ulisse è altro.
Ulisse è l’anima che viaggia, che si perde, che ritorna.
Ulisse è il Draco che si avvolge, non il cacciatore che lo trafigge.
È il serpente che muta pelle, non l’eroe che lo uccide.
È il ciclo, è il tempo che si apre, non che si chiude.
E l’ho visto, in quel momento, come il Gigante di Mont’e Prama. Ho visto lo scudo arrotolato, la coda del Draco che traguarda il nodo sud.
Ho visto gli occhi orbicolari che guardano il polo.
Ho visto il serpente sulla testa, il Draco che non tramonta mai. Ulisse è il Gigante che ha compiuto il viaggio, che ha attraversato le costellazioni, che è tornato al centro.
Penelope è il bronzetto che custodisce il segreto, la Luna che tesse e disfa il tempo.
E pensavo al numero 20, che nel viaggio di Ulisse è una chiave che apre una porta segreta.
Non è un caso.
È un numero iniziatico che si collega a tutto ciò che ho esplorato ultimamente, dal Draco al Sator, dal lunistizio alla precessione.
Il 20 è il Numero del Ciclo e del Passaggio.
Ulisse impiega 20 anni per tornare a Itaca.
10 anni di guerra a Troia e 10 anni di peregrinazioni.
Ma il 20 non è solo un numero cronologico, ma è un numero astronomico e simbolico.
Astronomicamente, il 20 è il numero che collega il ciclo della Luna e il ciclo del Sole.
Ogni 19 anni (il ciclo di Metone), le fasi lunari si ripetono negli stessi giorni dell’anno solare.
Il 20 è l’anno successivo, l’anno del compimento, il momento in cui il ciclo si chiude e si apre.
È il passaggio dal tempo lineare al tempo ciclico.
Ulisse, con il suo viaggio di 20 anni, rompe quel sigillo.
Attraversa il limite, lo supera, e torna al suo centro.
Guardando il 20 con gli occhi che ho usato per il Draco, costellazione circumpolare, quella che non tramonta mai, è risaputo che come tutte le stelle, si muove lentamente a causa della precessione degli equinozi.
Ogni 72 anni, l’asse terrestre si sposta di 1 grado.
E ogni 25.920 anni, compie un ciclo completo.
Ora, se dividiamo il ciclo precessionale (25.920 anni) per il numero di gradi di un cerchio (360), otteniamo 72.
E 72 diviso 3,6 (il numero del cerchio perfetto) dà 20.
Il 20 è il passaggio tra i cicli, il punto in cui il Draco si avvolge su sé stesso.
Ma c’è di più.
Il pozzo di Santa Cristina, come ho sempre sottolineato, traguarda il lunistizio maggiore ogni 18,6 anni. Il 20 è il numero che completa quel ciclo.
18,6 + 1,4 (il margine di osservazione) = 20.
È il momento in cui il lunistizio si compie e il ciclo si rinnova.
Lunistizio maggiore che indica la testa del Draco, il serpente, come i nostri bronzetti con il copricapo “ad Ofiotauro”
Iniziati ai grandi misteri Femminili dei cicli di morte e rinascita
Ulisse, con il suo viaggio di 20 anni, è l’archetipo perfetto dell’iniziato ai misteri femminili, perché il suo percorso non è una conquista, ma un abbandono, un passaggio, una morte e rinascita che lo trasformano profondamente.
E il numero 20, che abbiamo visto legato al Draco, al ciclo e al ritorno, è il telaio su cui si tesse questa iniziazione.
L’iniziazione ai misteri femminili non è un percorso di forza o di volontà, ma di accoglienza e di trasformazione.
Ulisse, durante il suo viaggio, non vince con la spada, ma con l’astuzia, e soprattutto si lascia guidare da figure femminili che lo spogliano, lo mettono alla prova e lo riportano a una nuova nascita.
Circe è la Maga che trasforma con la Morte dell’ego.
Ulisse viene spogliato della sua identità di guerriero, i suoi uomini diventano animali, e lui deve imparare a fidarsi di una donna per ritrovare la strada.
Le Sirene rappresentano il Canto che Attira Morte dell’illusione. Ulisse si fa legare all’albero della nave (l’asse del mondo) per non perdersi nel canto.
È il momento in cui l’anima impara a non farsi ingannare dalle apparenze.
Calipso è la Dea che Trattiene.
È la Morte dell’attaccamento. Ulisse vive con lei per sette anni, ma deve scegliere di lasciarla per tornare al suo centro.
È il distacco dalla dimensione del piacere e dell’eternità immobile.
Nausicaa é la Fanciulla che Accoglie
Qui si manifesta la Rinascita. Nausicaa lo lava, lo veste, lo riporta alla dimensione umana.
È il momento in cui l’eroe, dopo essere stato spogliato di tutto, viene accolto e rigenerato.
Penelope è la Sposa che Tesse
Noi abbiamo una bellissima Tanit tessitrice nel concio di Tresnuraghes ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-tanit-di-tresnuraghes-la-nostra.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/06/la-tanit-di-tresnuraghes-tessitrice.html?m=0)
È il Ritorno al centro.
Penelope non è passiva.
È colei che tesse e disfa il tempo, che custodisce il centro.
Il riconoscimento di Ulisse (il letto, l’arco) è il momento della rinascita definitiva.
Tutte queste figure femminili sono aspetti della stessa Dea.
La Grande Madre che accoglie, trasforma e rigenera.
Ulisse, passando attraverso di loro, impara a morire e a rinascere, impara ad abbandonare il controllo e ad affidarsi al ciclo.
Il Numero 20, si manifesta quindi come Sigillo del Viaggio Iniziatico
In questo mio scritto, che ho citato prima(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/athena-ulisse-e-il-ramo-biforcuto.html?m=0) esterno bene il concetto
E allora, quando Ulisse offre a Penelope o a Nausicaa il simbolo della Yod, non sta offrendo un oggetto, ma sta offrendo il riconoscimento del potere femminile.
Sta dicendo: “Io ho compiuto il viaggio, ho attraversato il caos, ho superato il limite, e ora riconosco che il centro è tuo.”
Ho citato l’Arcano X della Ruota della Fortuna, il cui centro è la Yod. La Ruota è il ciclo che si compie: l’inizio, l’apice, la caduta, il rinnovamento.
Ulisse, con il suo viaggio di 20 anni, è la Ruota che gira.
Ma il centro della Ruota è la Yod, il punto immobile, il polo. Ulisse, dopo aver girato per 20 anni, torna al centro, e quel centro è Penelope.
È la quadratura del cerchio. È la sintesi dei due poli: il cerchio (il cielo, il femminino, la luna) e il quadrato (la terra, il maschile, il sole). La Yod è il punto in cui si incontrano. Ulisse, riconoscendo il potere del Femminino, realizza questa quadratura.
Non è più l’eroe che conquista, ma l’iniziato che si arrende al ciclo.
Il numero 20, come abbiamo visto, non è un numero casuale.
È il tempo del ciclo che si compie. È il numero che lega il lunistizio (18,6 anni) al ritorno,
La costellazione che non tramonta mai, il serpente che si avvolge attorno al polo.
Ulisse, dopo 20 anni, torna al suo centro (Itaca), come l’anima che, dopo aver attraversato i cicli, torna al polo.
Il Draco/Femminino/Serpente è il custode di questo passaggio, e Ulisse, con il suo viaggio, lo ha attraversato.
Ulisse è il più grande iniziato ai misteri femminili di morte e rinascita.
Il suo viaggio di 20 anni non è un’esplorazione, ma una trasformazione.
Le figure femminili che incontra, Circe, Calipso, Nausicaa, Penelope, sono le porte che lo conducono al centro, al polo, al Sigillo del Draco. E i Sardi, con i loro Giganti e i loro bronzetti, hanno scolpito nella pietra lo stesso viaggio.
L’anima che attraversa il ciclo, che supera il limite, che torna a casa
Ogni 19 anni, il ciclo lunare e solare si allineano, e la tredicesima luna diventa il veicolo di rinascita. Ma il 20 è il passo successivo.
È l’anno del ritorno, il momento in cui l’anima, dopo aver attraversato i cicli, torna al suo centro.
Ulisse, che torna a Itaca dopo 20 anni, è l’anima che ha compiuto il viaggio.
Non è un eroe.
È un iniziato.
Ha attraversato il caos (il Drago), ha superato il limite (Saturno), ha incontrato il femminino (Circe, Calipso), e alla fine è tornato al polo (Itaca).
I 20 anni sono il tempo del ciclo, il tempo della trasformazione.
Il legame più bello è quello con la nave Argo.
Argo, il cane di Ulisse, è anche la nave degli Argonauti(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/gli-argonauti.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/04/argo-libro.html?m=0)
che portano il nome di Argo.
E Argo è la nave sacra ad Atena, la Dea della sapienza.
Il viaggio degli Argonauti dura 20 anni? No, ma il mito dice che la nave Argo fu costruita con il legno del monte Pelio, e che la sua chiglia era sacra a Dodona, il luogo dell’oracolo.
Argo, il cane, è Sirio.
Argo, la nave, è la barca astrale che attraversa il cielo.
Entrambi sono il 20: il cane che veglia, la nave che solca, il viaggio che ritorna.
Ulisse, come Giasone, è l’anima che attraversa il cielo, che compie il ciclo, che torna al centro.
Il 20 non è un numero, è il tempo dell’eroe.
È il ciclo che si compie, il limite che si supera, il sigillo che si apre. Ulisse torna a Itaca dopo 20 anni, l’anima torna al polo dopo il viaggio, la tredicesima luna si compie dopo 19 anni e il 20 è il giorno del ritorno.
I Sardi, con i loro Giganti e i loro bronzetti, hanno scolpito questo 20 nella pietra: è il ciclo del Draco, è il tempo che non si ferma, è il viaggio che non finisce mai.
E ho pensato ad Argo, il cane fedele, l’unico che riconosce Ulisse quando torna.
Argo non è un cane.
È il cane dei pastori, è la stella Sirio, la più luminosa del cielo, quella che annuncia il ritorno del sole.
È il legame tra il viaggio e la meta, tra l’eroe e il suo centro.
È il cane che veglia, come i Giganti vegliano sulla Sardegna, come i bronzetti vegliano sul tempo.
Argo muore dopo aver visto Ulisse. E ho pensato che questo è il compimento del ciclo.
Ulisse non è Orione
Orione è il cacciatore, il guerriero, il maschile che uccide e domina. È il Sole che non tramonta, che regna sul cielo.
Le sue stelle sono quelle del potere, della forza, della supremazia.
Ma Ulisse è diverso. Ulisse è il navigatore, colui che si perde, che viene inghiottito dal mare, che deve implorare l’aiuto di dee e donne.
Orione è il maschile che vince, Ulisse è il maschile che si arrende.
Orione, nel cielo, è il cacciatore che insegue le Pleiadi, che sfida la Dea, che viene ucciso da uno scorpione.
È un eroe tragico, ma è un eroe solare, legato al ciclo della vita e della morte, ma in modo lineare. Ulisse, invece, è un eroe lunare, legato al ciclo, alla trasformazione, alla rinascita. Non uccide il Draco, lo attraversa. Non conquista Itaca, la ritrova.
Ecco perché Ulisse non può essere Orione.
Orione è l’eroe che tutti conoscono, quello che brilla nel cielo.
Ulisse è l’eroe che nessuno riconosce, quello che torna a casa tra i cenci, che deve dimostrare chi è.
È l’eroe dell’iniziazione, non della gloria.
Argo è il cane di Ulisse, l’unico che lo riconosce quando torna. Argo non è un cane qualunque.
È il simbolo della fedeltà, ma anche della percezione pura. Il cane non ha bisogno di parole, di vestiti, di segni di riconoscimento.
Annusa.
E annusando, riconosce l’essenza, il profumo dell’anima.
Argo è anche il cane di Orione? Sì, nella mitologia, Sirio è il cane di Orione.
Ma qui sta la differenza.
Sirio è il cane del cacciatore, quello che segue la preda, che annuncia la caccia.
Argo, invece, è il cane che attende, che veglia, che riconosce il padrone quando torna.
È il cane del ritorno, non della partenza.
E allora, Ulisse non può essere Orione perché il suo cane non è Sirio, ma Argo.
Argo è il cane che riconosce, non che caccia.
È la fedeltà che supera la morte, che aspetta per vent’anni, che muore dopo aver visto il padrone. È il sigillo del riconoscimento, il punto in cui il ciclo si compie.
Il cane, la stella, vede il suo sole tornare, e poi si spegne.
Ma non è una morte.
È una trasformazione.
È la stessa trasmutazione che avviene nei pozzi, nelle tombe, nei nuraghi.
È il passaggio.
E allora, quando ho lasciato il Lazzaretto, ho sentito che il mio viaggio era appena cominciato. Ulisse non è un eroe.
È una stella.
Penelope non è una regina
È la stessa trama del cielo. Insieme, sono il Sigillo del Draco/la Sacra Sapienza, il Femminino, il sole e la luna che si inseguono, il maschile e il femminile che si incontrano, il tempo che si chiude e si apre.
Sono i Giganti di Mont’e Prama. Sono i bronzetti. Sono la tredicesima luna di Oschiri.
Sono il viaggio che non finisce mai.
E noi, oggi, siamo gli Argonauti di questa nuova nave, la nave Argo che solca il cielo.
Siamo i Sardi che riscoprono il loro cielo, che leggono la pietra, che seguono il Draco.
La Sapienza ancestrale dei Sacri Iniziati.
Siamo il cane fedele che veglia, che annuncia il ritorno.
E il nostro centro, la nostra Itaca, è qui.
In questa terra che ha custodito per millenni il sigillo di luce, e che ora, finalmente, lo sta aprendo.

Tiziana Fenu
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