Stele Boeli/Archeoacustica

Avendo già parlato anche di archeoacustica( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/archeoacustica-degli-ipogei-in-sardegna.html?m=0)
e della stele di Boeli a Mamoiada, Nuoro( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/05/stele-di-boelipietra-di-cochno.html?m=0) non posso fare a meno di pensare che i cerchi concentrici con un segmento che li attraversa come un raggio uncinato all’estremità, siano legati all’ambito dell’archeoacustica
La stele è datata alla cultura di Ozieri (3200-1800 a.C.). Le ipotesi principali vedono i cerchi come simboli legati al culto dell’acqua (onde concentriche) o alla fertilità e alla Dea Madre.
L’immagine che ho condiviso è l’esempio perfetto di ciò che mi ha fatto scattare l’intuizione.
I cerchi concentrici emanati da un punto centrale sono la rappresentazione visiva universale delle onde. Che si tratti di un sasso nell’acqua, di un’onda sonora o di un’onda elettromagnetica.
Nell’archeologia delle immagini, i cerchi concentrici sono stati interpretati in mille modi (acqua, sole, labirinti, vulve), ma rappresentano sempre un’emissione da un centro.
L’idea che l’uomo preistorico abbia voluto raffigurare il suono (o il suo effetto visivo) attraverso i cerchi è suggestiva.
Il “segmento uncinato” che si nota potrebbe essere letto, in un’ottica puramente speculativa, come il “percussore” (il sasso che cade) o come la direzione di propagazione dell’onda.
Se la stele si trova in un punto in cui il vento o l’acqua producono particolari risonanze, o se la pietra stessa, se percosssa, emette un suono, allora l’ipotesi di un “marcatore acustico” (un punto che indica “qui il suono è sacro”) diventa affascinante.
Le pietre sonore di Pinuccio Sciola, nel mio paese, San Sperate, sono eccelse maestre per capire come funziona.
Il motivo per cui gli studiosi non la collegano all’archeoacustica è che l’archeoacustica studia come i luoghi modificano il suono (es. l’eco delle Domus de Janas, le risonanze dei templi).
La Stele di Boeli è all’aperto, non “suona” in modo particolare. Tuttavia, il fatto che i cerchi ricordino un’onda sonora potrebbe significare che l’uomo neolitico aveva compreso e simbolizzato il concetto di onda (sia essa d’acqua o d’aria) molto prima di noi.
La mia intuizione è sicuramente  pre-scientifica.
Se un giorno qualcuno decidesse di fare un test acustico sulla stele (misurando l’eco o le frequenze del vento), potrebbe scoprire che la mia “azzardata” ipotesi ha basi concrete.
Fino ad allora, possiamo goderci la bellezza di un’immagine che unisce visivamente l’arte rupestre e la fisica delle onde.
Questo monolite di granito alto circa 2,67 metri, largo fino a 2,10 metri e spesso 0,57 metri, con un peso stimato di circa 6 tonnellate, rappresenta svariati moduli di cerchi concentrici.
Da una coppella centrale (un incavo circolare) parte un’incisione rettilinea che taglia trasversalmente tutti i cerchi concentrici, terminando con un’appendice uncinata o arcuata .
Immaginiamo la Stele come un “Risonatore Direzionale”
Immaginiamo che la Stele di Boeli non sia una semplice mappa o un simbolo di fertilità, ma un dispositivo litico per la focalizzazione del suono.
La coppella centrale non è solo un simbolo, ma è il punto di percussione (o di appoggio di uno strumento).
Il segmento rettilineo che taglia i cerchi non è una linea di propagazione, ma una guida fisica.
Indica la direzione in cui la vibrazione deve essere “incanalata” o “scaricate”.
In un’ottica vibrazionale, il segmento uncinato all’estremità potrebbe funzionare come un divisore d’onda o un elemento di dispersione (un “corto circuito” acustico) che impedisce alla vibrazione di propagarsi oltre un certo punto, concentrandola all’interno.
I cerchi concentrici si delineano quindi  come “lenti acustiche”.
Se la pietra viene percosssa al centro, i cerchi concentrici (che sono incisioni superficiali) potrebbero non essere solo decorativi.
In un modello speculativo, funzionano come guide d’onda superficiali (simili ai solchi di un disco in vinile).
Le incisioni creano discontinuità nella massa del granito che potrebbero, in teoria, modificare la propagazione delle onde elastiche superficiali (onde di Rayleigh).
Il suono non viaggia “attraverso” i cerchi, ma lungo di essi, creando un effetto di risonanza localizzata.
Il granito è un materiale cristallino, denso e con una velocità del suono elevata (circa 5.000-6.000 m/s per le onde longitudinali).
Non è un buon “amplificatore” come il legno o il bronzo, ma è un eccellente conduttore.
Se percosso in un punto preciso (la coppella), l’onda viaggia attraverso la pietra e si riflette sulle superfici. Le incisioni concentriche, anche se superficiali, creano una variazione di impedenza acustica (il passaggio da granito compatto a granito inciso) che potrebbe generare micro-riflessioni, dando al suono una “texture” particolare.
Si potrebbe fare una “Mappatura acustica”, posizionando accelerometri e microfoni a contatto sulla stele e percuotere la coppella centrale con un martello calibrato, o registrare lo spettro del suono prodotto.
Se le incisioni concentriche funzionano come guide d’onda, dovremmo vedere picchi di risonanza a frequenze specifiche che non compaiono su una pietra liscia di dimensioni simili.
E poi si può percuotere la coppella e misurare l’intensità del suono a diverse angolazioni rispetto al segmento uncinato.
Se il segmento funge da “dispersore”, dovremmo trovare una direttività del suono (più forte in una direzione, più debole nell’altra).
C’è il fatto che la stele è all’aperto, quindi il vento e l’umidità renderebbero difficile isolare le frequenze.
Inoltre, non sappiamo se la pietra fosse percossa ritualmente.
Io sto solo ipotizzando.
Tuttavia, l’idea che le incisioni siano state progettate per “parlare” acusticamente non è assurda.
Da sempre, l’uomo fa parlare la pietra.
Molti strumenti musicali litici preistorici (come le rocce sonore o i litofoni) sfruttano proprio le fessure e le irregolarità superficiali per produrre suoni.
La Stele di Boeli potrebbe essere stata concepita non solo come un’immagine da guardare, ma come un oggetto da “sentire”.
I segmenti non sono decorazioni, ma interruttori acustici.
Indicano dove la vibrazione entra, come si propaga e dove si ferma. In questo senso, la stele sarebbe un antenna litica per comunicare con il mondo invisibile (gli spiriti, gli antenati, le divinità) attraverso il suono.
Se la Stele di Boeli è un dispositivo acustico rituale, dobbiamo ricostruire in che modo poteva essere usata  Ecco la nostra ricostruzione.
La coppella centrale di ogni modulo di cerchi concentrici  non è un caso.
È un incavo levigato, probabilmente consumato dall’uso. Cosa ci battevano dentro?
Ipotizziamo un ciottolo di fiume, un sasso arrotondato, duro ma non troppo, per non scheggiare il granito. Il suo peso (forse 300-500 grammi) determinava la frequenza. Più pesante era, più creava un suono più grave e lungo.
Oppure un corno di cervo, cavo all’interno, leggero, con una punta arrotondata. Il corno ha una proprietà magica, perché assorbe parte dell’energia e la restituisce come un “tonfo” sordo e profondo, quasi un battito cardiaco.
Per un suono più morbido, potevano usare anche un bastone di legno verde.
Il legno fresco, ricco di linfa, trasmette vibrazioni con un timbro caldo e “umido”. Se battuto sulla coppella, il suono non è secco ma pulsante, come il suono di un tamburo primitivo.
La stele è all’aperto. Il vento, l’umidità e la temperatura cambiano la propagazione del suono.
La mia ipotesi è che il rituale avvenisse in momenti acusticamente privilegiati.
Forse all’alba, quando l’aria è densa e fredda, e il suono viaggia più lentamente ma più lontano.
Le onde sonore si “appoggiano” al suolo e raggiungono le orecchie degli astanti con un effetto di avvolgimento. La percussione all’alba produce un suono che sembra venire da sottoterra.
O al crepuscolo, quando l’aria calda sale, quella fredda scende. Si crea un gradiente termico che rifrange il suono verso l’alto.
Chi sta in piedi sente il suono “sfuggire” verso il cielo.
Chi è seduto a terra lo sente più debole.
Un modo per distinguere i ruoli rituali è distinguere chi sta in piedi, che è il celebrante, e chi è a terra, il fedele.
Quando soffia forte il vento di maestrale , la stele diventa un fischio naturale.
L’aria che passa tra le incisioni concentriche e il segmento uncinato produce un sibilo acuto, quasi un “richiamo”. In quel momento, la pietra non ha bisogno di essere percossa, perché canta da sola.
Anche le pietre di Pinuccio Sciola, a seconda del vento, vocalizzano da sole
Immaginiamo la scena.
Un gruppo di persone si raduna intorno alla stele.
Il celebrante tiene in mano un ciottolo di fiume.
Il primo colpo  secco, al centro della coppella. Il suono si propaga lungo i cerchi concentrici. Le incisioni “frantumano” l’onda in micro-riflessioni. L’effetto è un suono granuloso, come se la pietra “parlasse” a scatti.
Il secondo colpo, più forte, sulla parte iniziale del segmento rettilineo. Il suono viaggia lungo la linea e si “scarica” sull’uncino. Chi è seduto in direzione dell’uncino sente il suono più forte e più chiaro.
Chi è dall’altra parte lo sente attutito.
La stele diventa un altoparlante direzionale.
C’è anche il momento della pausa, il silenzio.
Si ascolta l’eco.
Il respiro della pietra, che si alterna alla sua voce.
Se la stele è in una conca o vicino a una parete rocciosa, l’eco torna dopo 1-2 secondi.
Quel ritorno è interpretato come la risposta della divinità.
Se l’eco è “pulita”, il rito è gradito. Se è “sporca” (distorta dal vento), bisogna ripetere.
Il colpo finale, con tre colpi rapidi in sequenza sulla coppella. Il suono si sovrappone a se stesso, creando un battimento (interferenza tra onde). È il momento culminante, la pietra si manifesta in tutta la sua potenza.
E quando si manifesta, le vibrazioni si sentono attraverso il grembo di Madre Terra che le accoglie.
A piedi nudi, a contatto con il terreno, si sente la vibrazione salire dalle viscere della terra.
È un circolo energetico che emoziona profondamente, che fa sentire l’appartenenza.
In questa ricostruzione, i cerchi concentrici non sono solo onde d’acqua o simboli solari, ma sono la mappa del suono stesso.
Il segmento uncinato è la freccia che indica dove il suono deve andare.
La coppella è la bocca della pietra. La stele non è un oggetto passivo.
È un essere che parla, e il rituale è il modo per farla parlare.
Se la Stele di Boeli era un “dispositivo acustico rituale”, allora doveva avere un codice e dei custodi, e uniamo la fisica del suono e l’antropologia del sacro.
La pietra non parlava con parole, ma con pattern ritmici.
Immaginiamo che i cerchi concentrici siano una partitura. Ogni cerchio è un “giro” di percussione, e il segmento uncinato è il punto di svolta (dove il ritmo cambia o si interrompe).
Il colpo sulla coppella centrale (1 colpo) è come un richiamo alla presenza, un richiamo d’apertura, un segnale di raduno.
Il suono è pieno, rotondo, senza direzione.
Il colpo sul primo cerchio, con 2 colpi ravvicinati)è un invito. Il suono è ancora diffuso, ma inizia a “grattare” sulle incisioni.
Il colpo sul segmento rettilineo con 3 colpi in sequenza), invita all’ascolto, dove il suono viaggia lungo la linea e si scarica sull’uncino.
Chi è in quella direzione sente un fischio acuto (la riflessione sull’uncino).
È il momento in cui la pietra “indica” una direzione.
Il colpo sull’uncino, con 1 colpo secco) invita a fermarsi, per chiudere il cerchii energetico.
Il suono si spezza.
L’uncino funge da “interruttore”.
La vibrazione non va oltre.
È il segnale di chiusura.
In questa lettura, la stele era un semaforo acustico.
I cerchi dicevano “quanto” suonare, il segmento diceva “dove” indirizzare il suono.
Chi conosceva il codice poteva “leggere” la pietra come noi leggiamo un messaggio in Morse.
Immagino che non tutti potevano percuotere la stele.
Serviva un sapere tecnico (dove colpire, con cosa, quando) e un sapere simbolico (cosa significava quel suono).
Immaginiamo una figura: il “Percussore” (o, in sardo, Su Sonadore de Sa Perda).
Come abbiamo su Componidori, figura sacra della Sartiglia, che è letteralmente il Compositore, quindi che ha a che fare con la vibrazione delle note( perché d’altronde anche i nostri nuraghi sono un riflesso vibrazionale delle sfere musicali celesti https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/i-nuraghi-riflesso-dellarmonia-musicale.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/10/nuraghi-e-cimatica.html?m=0) così sicuramente avevamo su Sonadori de Sa PerdaSonai, suonare, suonoEra probabilmente un anziano del villaggio, o una figura sciamanica. Non un semplice artigiano, ma un mediatore tra il mondo umano e quello divino.Conosceva la fisica del granito (dove colpire per ottenere il suono migliore), la meteorologia (quando il vento favoriva la propagazione), e la geometria (i cerchi come mappa del suono).Si formava forse attraverso un tirocinio acustico.Il giovane apprendista imparava a riconoscere i diversi timbri, il “tonfo” del ciottolo, il “fischio” del corno, il “sibilo” del vento.Solo dopo anni di pratica poteva percuotere la stele in pubblico.Il suo potere era il suono che prendeva voce dalla pietra .Me lo immagino come il nostro grande Maestro, Pinuccio Sciola, che andava scalzo anche alla guida della sua macchina.Se il rituale era gradito, la pietra rispondeva con un’eco “pulita”Se il Percussore sbagliava, l’eco era “sporca”.In un certo senso, il suo prestigio dipendeva dalla sua abilità acustica.C’era un momento in cui la stele non aveva bisogno del Percussore, cioè quando il maestrale soffiava forte.L’aria, passando tra le incisioni concentriche e l’uncino, produceva un fischio naturale. In quel momento, la pietra “parlava” senza essere toccata.Era il segno che la divinità era presente.In questa lettura, i cerchi concentrici non sono solo simboli, sono fessure acustiche progettate per amplificare il vento.Più cerchi, più frequenze, più “voci”.La stele era un organo litico che suonava con il respiro del mondo.Quindi, in quest’ottica, la Stele di Boeli era un dispositivo acustico in cui  le incisioni guidavano il suono, l’uncino lo indirizzava.Ma anche un codice rituale in cui i colpi avevano un significato (raduno, invito, ascolto, chiusura).Un oggetto “vivo”, insomma, che cantava con il vento e rispondeva con l’eco.Ma anche un luogo sacro di potere, in cui il Percussore era il custode di un sapere acustico e simbolico.Se ci basiamo sul dato certo che i cerchi concentrici sulla Stele di Boeli variano da un minimo di 2 a un massimo di 7 per ogni singolo motivo (e che ci sono 7 motivi principali) , la nostra ipotesi acustica diventa molto più interessante.Non sono tutti uguali.La variazione del numero di cerchi non è un errore, ma una scalaSe la stele è un dispositivo acustico, i cerchi non servono solo a “guidare” l’onda, ma a modularla. Il numero variabile di anelli funziona come un selettore di frequenza o di intensità2 Cerchi (il minimo)Il suono è “giovane” o “leggero”. La percussione qui produce un tono più alto e secco, perché l’onda rimbalza su meno ostacoli e si disperde più velocemente. È il suono per i riti quotidiani o per chiamare a raccolta.

7 Cerchi (il massimo)
Il suono è “pieno” o “profondo”. Più cerchi significano più micro-riflessioni lungo il percorso. La vibrazione resta “intrappolata” più a lungo nella pietra, producendo un ronzio grave e persistente. È il suono per i momenti culminanti del rituale, quando si vuole che la pietra “parli” a lungo.

La stele non ha un solo cerchio, ma sette motivi distinti .
Se il Percussore conosceva il codice, poteva suonare i motivi in un ordine preciso, seguendo il numero di cerchi come se fossero note su una scala.
Immaginiamo una sequenza
Colpisce il motivo a 2 cerchi (tono acuto)per indicare la  “sveglia”.
Passa al motivo a 4 cerchi (tono medio)per indicare la  “chiamata”.
Arriva al motivo a 7 cerchi (tono grave)per assicurarsi la  “presenza”.
La variazione dei cerchi diventa una partitura visiva.
L’occhio del celebrante sa quale suono aspettarsi, e l’orecchio dei fedeli riconosce il momento del rito dalla “grana” del suono.
La coppella centrale è il “battente” che unisce tutto
Non dimentichiamo il punto di partenza, la coppella centrale (diametro 4-5 cm, profondità 0,8 cm) .
Ogni motivo ha la sua coppella. Questo significa che il Percussore doveva colpire sempre lo stesso punto su motivi diversi.
La coppella è il “tasto” che attiva il cerchio circostante.
Colpendo la coppella del motivo a 7 cerchi, si attiva la risonanza massima.
Colpendo quella del motivo a 2, si ottiene un suono secco e breve.
La variazione da 2 a 7 cerchi non è casuale, ma è un sistema di codifica acustica.
La stele offriva al Percussore una gamma di “voci” diverse.
La scelta del motivo da colpire dipendeva da ciò che si voleva “dire” alla comunità o alla divinità. Il numero di cerchi era il volume e il timbro del messaggio.

Se la variazione da 2 a 7 cerchi è un codice acustico, allora ogni motivo aveva una “voce” diversa. Ecco la nostra mappa sonora ipotetica, costruita sulla fisica del granito e sull’antropologia del rito.
Immaginiamo che il Percussore si muova lungo la stele, colpendo le coppelle dei diversi motivi in base all’occasione.
Ecco come potremmo associare il numero di cerchi ai momenti della vita comunitaria.

Il Motivo a 2 cerchi è “Il Richiamo”
Il Suono è acuto, secco, breve. L’onda rimbalza su pochi ostacoli e si disperde subito.
Utile per un raduno quotidiano o segnalazione d’allarme. È il suono che “buca” l’aria e arriva lontano. Se c’era un pericolo (un animale, un nemico), il Percussore colpiva qui per chiamare a raccolta i guerrieri.

Il Motivo a 3 cerchi poteva essere  “Il Saluto”. Il suono medio-acuto, leggermente “granuloso”. Il suono inizia a “grattare” sulle incisioni.
Magari usato per l’Apertura dei riti. Era il “buongiorno” alla divinità, il segnale che la comunità era riunita e pronta, con un carattere rispettoso, formale.

Il Motivo a 4 cerchi, poteva essere “La Voce della Terra”, con un Suono medio, rotondo. Il suono ha una “coda” breve ma percepibile.
Usato per Riti legati alla fertilità e all’agricoltura. Un suono “pieno” ma non troppo grave, adatto a invocare la pioggia o la crescita del grano, con un Carattere calmo, fecondo.

Il Motivo a 5 cerchi lo chiamerei il “Il Battito”, con un Suono medio-grave, pulsante. Il suono si sovrappone a se stesso, creando un leggero battimento.
Usato per i Riti di passaggio (iniziazione dei giovani, matrimoni). Il battimento ricorda il doppio battito del cuore, la vita che cambia. Di Carattere trasformativo, intenso.

Il Motivo a 6 cerchi, “Il Lamento”
Con un Suono grave, lungo. Il suono resta “intrappolato” nella pietra e si spegne lentamente.
Usato per i Riti funebri o commemorazioni. La coda lunga del suono accompagna il silenzio del lutto. Con un Carattere doloroso, solenne.

Il Motivo a 7 cerchi è “la Voce della Pietra”, con un Suono profondo, potente, con un ronzio persistente. È il suono più “antico” e “sacro”.
Usato per Riti culminanti (solstizi, equinozi, grandi feste).
È il momento in cui la pietra “parla” direttamente alla divinità. Il suono è così grave che si sente “nello stomaco” prima che nelle orecchie. Con un carattere divino, ineffabile.

Il Settimo Motivo è sicuramente “il Silenzio”. La stele ha 7 motivi, ma il settimo potrebbe essere diverso (forse senza cerchi, o con un cerchio solo).
Nella mia personale lettura, questo motivo non si suona, perché è il punto di silenzio dopo il rito.
Il Percussore appoggia la mano sulla pietra e aspetta. Il silenzio è la risposta.
Se univa tutti i motivi, il Percussore poteva creare una vera e propria composizione
Con 2 cerchi (chiamata) la gente si raduna.
Con 3 cerchi (saluto) il rito inizia.
Con 4 cerchi (fertilità) si invoca la terra.
Con 5 cerchi (battito) si celebra la vita.
Con  6 cerchi (lamento)  si ricordano i morti.
Con 7 cerchi (divino)abbiamo  il culmine.
Il Silenzio, con cui la pietra tace, e il rito è finito.
Se il Percussore usava la stele in momenti specifici dell’anno, il numero di cerchi potrebbe corrispondere a fasi lunari o posizioni solari.

I 7 motivi non sono solo “voci” rituali, ma maratori temporali.
Il motivo a 7 cerchi (il più “pieno”, il più grave) potrebbe corrispondere al solstizio d’inverno, quando il sole è al suo punto più basso e la notte più lunga.
Il suono profondo e persistente della pietra “accompagna” il ritorno della luce.

Il motivo a 2 cerchi (il più “secco”, il più acuto) corrisponde al solstizio d’estate, quando il sole è alto e la vibrazione si disperde rapidamente nell’aria calda.

Si crea una Sequenza annuale ipotetica

Solstizio d’inverno, 7 cerchi (suono grave, lungo, “di attesa”)
Equinozio di primavera, 5 cerchi (suono medio, “di passaggio”)
Solstizio d’estate, 2 cerchi (suono acuto, “di culmine”)
Equinozio d’Autunno, 4 cerchi (suono medio, “di raccolta”)
La pietra “parla” in modo diverso a seconda del momento cosmico.
Non sappiamo se la stele fosse originariamente eretta in verticale (l’ipotesi ufficiale del menhir) o se fosse una lastra orizzontale (come suggerisce un’analisi locale ).
Se era verticale, la sua faccia incisa potrebbe essere stata orientata verso un punto preciso dell’orizzonte (l’alba al solstizio, il tramonto, una stella).
Ma nessuno ha mai misurato la sua orientazione originale, perché è stata trovata caduta e rimescolata da una ruspa.
Nella nostra speculazione, potremmo immaginare che la faccia decorata fosse rivolta a est, verso l’alba del solstizio d’inverno. In quel momento, la luce radente del sole nascente avrebbe “acceso” le incisioni, rendendo visibili i cerchi e le linee.
Il Percussore, in piedi davanti alla stele, avrebbe colpito la coppella centrale proprio mentre il sole appariva all’orizzonte, fondendo suono e luce in un unico evento rituale.
Nella nostra ricostruzione immaginativa, la Stele di Boeli non è solo un dispositivo acustico, ma un oggetto che connette la comunità al cosmo.
I 7 motivi diventano un calendario sonoro
La coppella centrale è il punto in cui il suono umano “tocca” la pietra
L’orientamento (ipotetico) verso l’alba solstiziale collega la terra al cielo.

Il numero 7 ricorre in quasi tutte le culture antiche come numero “lunare” per eccellenza. Deriva dall’osservazione empirica che la Luna attraversa le sue fasi principali (novilunio, primo quarto, plenilunio, ultimo quarto) in circa 7 giorni ciascuna. Il mese sinodico (da Luna nuova a Luna nuova) dura circa 29,5 giorni, che si divide in quattro settimane di 7-8 giorni.

Inoltre, il 7 è il numero dei corpi celesti “mobili” visibili a occhio nudo nell’antichità: Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno. I Babilonesi, i Greci e i Romani costruirono su questo numero la loro settimana planetaria.
Il mondo arcaico sardo , con la sua attenzione ai cicli celesti (come dimostrano gli orientamenti delle domus de janas e dei nuraghi), non era estraneo a questa logica.
Se il motivo a 7 cerchi è il più “pieno” e il più grave, nella nostra lettura acustica corrisponde al momento di massima intensità. E qual è il momento di massima intensità luminosa della Luna? Il plenilunio. La pietra “parla” con la voce più profonda quando la Luna è piena, quasi a voler “rispondere” alla sua luce.
In questa lettura, i 7 motivi non sono un calendario solare (come avevamo ipotizzato prima), ma una mappa sonora del mese lunare. Il Percussore sapeva quale motivo colpire in base alla fase della Luna, e la comunità riconosceva il momento del mese dal suono che usciva dalla pietra.

Tiziana Fenu
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